Agroalimentare un esempio di resilienza

Con il lockdown si è vista la resilienza degli imprenditori emiliano-romagnoli che hanno saputo rispondere alle criticità. Il punto in un evento organizzato da Aretè con testimonianze di Granarolo, Parmacotto, Italpizza e pescatori di Goro
di Gian Basilio Nieddu
La pandemia è stato il termometro della capacità di resilienza del sistema produttivo emiliano-romagnolo. Ci sono aziende che si sono fermate per decreto, altre, pensiamo all’alimentare, che hanno dovuto aumentare la produzione o adattarsi a cambiamenti significativi richiesti da un mercato profondamente modificato. Altre ancora hanno riconvertito la produzione: chi ha iniziato a produrre mascherine, ventilatori o gel igienizzante.
In solo due mesi colossi industriali hanno modificato profondamente i loro processi produttivi. Queste storie di organizzazione aziendale sono stati affrontate in alcuni appuntamenti dedicati come quello organizzato dalla società di consulenza Areté, società di analisi economica specializzata sull’agri-food, in collaborazione con la rivista Largo Consumo.
Il focus su agroalimentare e resilienza
I temi principali del dibattito moderato da Enrica Gentile, amministratore delegato Areté, su cui si sono confrontati alcuni protagonisti industriali dell’agroalimentare sono stati: aumento della volatilità dei prezzi, impatti dell’emergenza sui mercati delle materie prime (legati in particolare a crollo del petrolio e a problemi logistici e di import-export tra Paesi); effetti dell’emergenza sulla domanda e sui mercati a valle, con conseguenti ripercussioni anche sulle materie prime ovvero sbalzi generalizzati sulla domanda di prodotti di largo consumo, forte virata dal fresco verso prodotti confezionati e a lunga conservazione, picchi di acquisti per le materie prime da preparazioni in house, blocco o forte contrazione dell’export per molti prodotti.
Questi gli effetti del “lockdown” individuati dagli analisti, ma è necessario capire gli impatti che questi cambiamenti potranno portare anche nel medio periodo. Uno scenario sul quale si sono confrontati i manager di Balocco, Cereal Docks, Granarolo, PAC2000 Conad e Selex Unicomm. Un tavolo nazionale, ma con la presenza di attori emiliano-romagnoli.
In crisi alcuni mercati, esplosi altri
L’osservatorio sulle prime dieci settimane di lockdown di Areté ha registrato che il mercato delle materie prime: “E’ tornato ad una fase di instabilità e di volatilità, con oscillazioni su diversi mercati, legate in massima parte al crollo del prezzo del petrolio, ma anche alle difficoltà logistiche e di trasporto delle merci tra Paesi”. Ricordiamo gli improbabili certificati covid-free richiesti ai camionisti italiani in alcune frontiere con Paesi esteri.
L’osservatorio ha rilevato secondo Enrica Gentile che: “Gli sbalzi più forti si sono registrati senz’altro sui mercati a valle. La corsa alle scorte, da un lato, la forte virata dai prodotti freschi e freschissimi verso quelli a lunga e lunghissima conservazione o destinati a preparazione di cibi in casa, la forte contrazione dell’export, l’improvvisa accelerata su larga scala di nuove formule di acquisto, dalla spesa online al food delivery, hanno di fatto cambiato in modo rapido e drastico lo scenario per la maggior parte delle aziende alimentari. Nel giro di pochi giorni si sono impennate le vendite di alcuni prodotti – si pensi al +80% della farina, ma anche ai picchi di carni in scatola, pasta secca, conserve ed altri prodotti “scorta” – e crollare o annullarsi del tutto quelle di altri – tutta la quota di prodotti prevalentemente freschi destinati alla ristorazione o alle mense aziendali e scolastiche, ma anche molti dei prodotti a forte vocazione export”.
Un “gioco” che ha visto premiare alcune aziende con richieste impreviste di prodotti e “punire” altre che hanno portato alla svendita del prodotto, alla messa in cassa integrazione del personale e profonde voragini nei bilanci aziendali. In mezzo le aziende che hanno potuto, per alcune non è stato possibile, e voluto adeguarsi all’emergenza dimostrando una forte capacità di resilienza.
Il caso Granarolo: crollo del freschissimo, ritorno dell’HUT
Un caso emiliano, ma di valenza nazionale e internazionale, è quello emerso nel racconto di Giampiero Calzolari, presidente di Granarolo, che ha vissuto la chiusura repentina del canale HoReCa, che per l’azienda rappresenta il 25% del fatturato complessivo. Un evento non prevedibile neanche dal più accorto ed esperto dei risk manager e non risolvibile vista la chiusura imposta per legge.
Un blocco della vendita del prodotto a cui si è associata la necessità di mettere immediatamente in sicurezza gli stabilimenti collocati nelle “zone rosse” per evitare il blocco della produzione. Per la Granarolo vi era l’impossibilità “strutturale” di fermare la raccolta del latte e la produzione negli allevamenti, unita alla necessaria riconversione “in velocità” dal prodotto fresco all’UHT.
“Un quarto del fatturato dalla sera alla mattina è sparito. Ma se è sparito il mercato,– ricorda Calzolari – non la materia prima prodotta da 700 allevatori che ogni giorno mettono a disposizione il più “fresco dei freschi”, ma non c’è magazzino e non ci sono neanche le operazioni da rimandare”.
Cambiato il mix della produzione, con “Il crollo di latte fresco nell’Horeca si è assistito anche ad un cambio di abitudini e necessità“. L’impatto economico è stato forte: “L’UHT ha marginalità diverse e siamo dovuti tornare indietro, un ritorno alle origini che ci ha portato ad inventare delle soluzioni organizzative adeguate”. Senza i tempi di una normale programmazione.
I mutamenti indotti dal post Covid
L’emergenza non si supererà con la riapertura dei locali e la ripresa della produzione, ma bisognerà fare i conti con dei mutamenti sociali ed antropologici nei consumi dettati anche da un profondo impoverimento di una fetta importante della popolazione. E su questo Calzolari s’interroga su ciò che rimarrà di strutturale dopo l’emergenza e soprattutto se le abitudini del consumatore ritorneranno le stesse di prima”. Sulla base di questa esperienza il manager si chiede se: “Industria e distribuzione riusciranno, anche alla luce di questa esperienza, ad instaurare un dialogo più continuo e costruttivo”.
A Parmacotto zero contagi con il protocollo elaborato con gli scienziati
E’ andata bene anche ad un altro marchio noto che esprime la vocazione regionale come Parmacotto dove il titolare Gianni Zaccanti sottolinea l’importanza del protocollo: “Ci ha salvati, non abbiamo registrato un contagio nei quattro stabilimenti“. Come si è agito? “Si è formato un comitato di sicurezza con la presenza di personalità scientifiche e le decisioni organizzative hanno sempre avuto l’avvallo della parte scientifica. Un lavoro che ci ha permesso di arrivare al segno zero dentro gli stabilimenti dove già prima si usavano guanti e mascherine”. Doriana Sena, responsabile della qualità di Parmacotto, fornisce ancora più dettagli: “Sono state analizzate tutte le postazioni, si è passati da tre a due addetti, usate le barriere e per quanto riguarda i due turni di lavoro i collaboratori si sono separati con un’ora di distacco“. In questo modo: “I dipendenti del primo e del secondo turno non si sovrappongono nei vani comuni e si garantisce la sanificazione dei locali”. Naturalmente si ha un perdita. Ma se guardiamo i numeri: “E’ stato evaso il 90% degli ordini e il mercato ha visto aumentare la domanda dei prodotti confezionati”. E per quanto riguarda i salumi, Enrica Gentile sottolinea: “Hanno risentito positivamente del lockdown, teniamo conto che l’aumento di produzione ha dovuto fare i conti con tutte le restrizioni e con la necessità di conservare redditività ed efficienza delle aziende”.
La chiusura dei ristoranti ha fatto evaporare il mercato delle vongole di Goro
Dai salumi a un altro prodotto tipico della regione: le vongole di Goro che rappresentano il 55% del mercato italiano ed il 40% di quello europeo. Massimo Gennari, presidente del Consorzio Pescatori di Goro, evidenza che: “Si è sempre usciti in mare, ma il lockdown ha inciso, con perdite rilevanti sulla redditività. In peschereccio invece di essere in 4 si è passati a 2. Poi i ristoranti chiusi hanno fatto crollare la domanda”. Chiara Bertelli, responsabile settore pesca di Legacoop Estense, ricorda il forte il senso di solidarietà dei pescatori che hanno donato parte del prodotto alle famiglie in difficoltà, mentre Sergio Caselli, referente pesca di Legacoop Agroalimentare Emilia-Romagna, ha sottolineato come c’è stata una flessione del 50% della richiesta del prodotto. Bene la resilienza, ma non sempre si riesce a recuperare tutto.
Italpizza: gestire 1000 lavoratori in un sito produttivo
Tra le storie di eccellenza e resilienza nell’agroalimentare si segnala quella di Italpizza: un team di ispettori delle Medicina del Lavoro ha fatto visita al sito produttivo di Modena, che conta oltre mille lavoratori, verificando l’adeguatezza delle misure previste dal protocollo di sicurezza interno e la sua corretta applicazione.
“Aver superato appieno questa prova, è per noi motivo di grande orgoglio e una rassicurazione in più per i lavoratori – parole di Andrea Bondioli direttore generale di Italpizza -, frutto di una strategia basata su tre punti: tempestività d’azione; efficacia delle misure; rigorosità nell’applicazione. Ciò ha richiesto all’azienda un lavoro straordinario – prosegue Bondioli – che ha consentito a Italpizza, anche se non correva l’obbligo, di essere una delle prime aziende in Italia nell’aver adottato in modo così rapido un protocollo di sicurezza particolarmente esigente“.
Sono solo alcune storie, all’interno e all’esterno dell’incontro di Aretè, di resilienza aziendale e imprenditoriale che si è manifestata con il lockdown. Ora la sfida è gestire un “dopo” dai contorni ancora incerti.






