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Maurizio Focchi, tra innovazione, tecnologia e umanesimo

Un grande imprenditore riminese Maurizio Focchi racconta l’ azienda di famiglia, leader mondiale nella progettazione e realizzazione di involucri per edifici ad alto contenuto tecnologico, il suo impegno per l’innnovazione e solidarietà

Ha da poco compiuto 68 anni Maurizio Focchi, amministratore delegato dell’omonima azienda di famiglia, di cui rappresenta la terza generazione assieme al fratello Paolo. Fondata dal nonno Giuseppe nel 1914 come attività artigianale di fabbro e carpenteria metallica, oggi l’azienda ha superato il secolo di vita ed è diventata leader nella realizzazione degli involucri per edifici ad alto contenuto tecnologico; può vantare la collaborazione con architetti di fama mondiale come Renzo Piano, Isozaki, Gregotti, Fuksas, Libeskind, e un’attività che spazia in tutti i continenti.
In questa intervista esclusiva a Econerre.it, Maurizio Focchi, maturità scientifica e laurea in medicina, dipinge il presente e tratteggia il futuro della sua azienda, passando in rassegna le realizzazioni – da Milano a Londra, da New York a Manchester – più significative della sua storia.

Presidente Focchi, partiamo dal presente, che ha come cuore la città di Londra.
Abbiamo due lavori importanti: a Paddington Square, The Cube di Renzo Piano. Si tratta di un grande cubo estremamente trasparente, che sembra fluttuare sospeso sopra l’importante stazione di Paddington e che costituisce il pezzo forte di questa piazza. Siamo attualmente in produzione ed è appena iniziata la posa in cantiere. L’altro progetto è 40 Leadenhall Street, un imponente edificio per uffici che al suo completamento sarà il luogo di lavoro di 10.000 persone e diventerà il complesso uffici più grande mai costruito all’interno della City.

Paddington Square, The Cube di Renzo Piano

Ci sono stati ritardi per il Covid?
No. Sono stupito che in tutto questo periodo non abbiamo quasi mai chiuso i cantieri. Un anno fa, tra marzo e aprile, avevamo undici cantieri in corso. Soltanto cinque di essi hanno chiuso per due o tre settimane al massimo. La resilienza della cantieristica in Inghilterra mi ha impressionato. Avevamo noi un problema opposto: il rifornimento dei materiali, visto che produciamo tutto in Italia, a Poggio Torriana, dove abbiamo due stabilimenti. Comunque, ce l’abbiamo fatta.

Come è stato l’impatto della pandemia sulla vostra azienda?
Nonostante una diminuzione rispetto al budget previsto, il 2020 ha mantenuto i livelli di produzione dell’anno precedente e questo grazie alle commesse inglesi che hanno segnato un rallentamento limitato rispetto a quello degli altri paesi. Oltre a Londra, Manchester è una città in grande fermento. Proprio lì abbiamo da poco acquisito l’ottava e la nona torre, nella parte centrale della metropoli. Non solo progetti per uffici, ma anche torri residenziali. A Manchester è in atto una controtendenza rispetto al passato ed ora il trend (come in altre città europee) è quello di riavvicinare i luoghi di residenza ai posti di lavoro e le altre attività, con l’intento di ridurre il più possibile l’uso dei mezzi di trasporto e di conseguenza l’inquinamento.

Maurizio Focchi

Con il Covid però forse l’edilizia a destinazione commerciale e uffici è un po’ rallentata.
Il progetto urbanistico di Manchester nasce prima del Covid, ma è vero che ora si pensa più che altro allo smart working. Chi lavora nel nostro settore sa che è complicato leggere una dinamica chiara nello sviluppo del lavoro. Ci sono aziende che privilegiano lo smart working. A New York, per esempio, sono aumentati i costi della case in periferia, perché è in atto nel breve termine una tendenza a decentralizzare. Si acquistano case in campagna, nel New Jersey.

Come è stato per voi lavorare in pandemia?
Ci siamo subito riorganizzati, anche se eravamo già abbastanza preparati: i nostri interlocutori sono negli USA, nel Regno Unito e anche in altri Paesi. Già da tempo riusciamo a fare progetti completi e complessi anche a distanza. Organizziamo riunioni anche molto operative con persone distribuite un po’ ovunque. Per chi lavora tanto all’estero una maggiore digitalizzazione dei processi è uno sviluppo che possiamo definire indispensabile e che l’attuale situazione ha accelerato.

Ma il mercato degli uffici?
Potrebbe rallentare. Fino a cinque anni fa l’edilizia era focalizzata sugli uffici, oggi sull’abitativo. Anche a Milano c’è tendenza a costruire aree più integrate. Come City Life, l’ex quartiere fieristico che comprende oggi 3 grattacieli, centri commerciali e abitazioni e dove noi abbiamo realizzato due delle tre torri uffici, e una parte delle residenze.

Ora come ora, meglio il mercato Usa o quello inglese?
Tra Londra e Manchester abbiamo molte commesse in attivo. Ma anche il mercato statunitense è vivace: in questo momento i nostri progetti a New York sono ancora fermi, ma crediamo ci sarà presto una ripresa; inoltre stiamo partecipando a gare anche a Boston e Washington. Il mercato Usa si era bloccato anche nel 2008.

Focchi Spa: una storia di successo

Se dovesse stilare una cronistoria della Focchi Spa puntando sulle realizzazioni che hanno ‘segnato’ un significativo passo in avanti, dal punto di vista tecnologico, ma anche per l’importanza della commissione, quali indicherebbe?
Nel 1980, quando sono entrato in azienda, dal punto di vista tecnologico siamo stati i primi a costruire con silicone strutturale che consentiva la realizzazione di una facciata a tutto vetro. I vetri, infatti, venivano incollati su una struttura sottostante ‘invisibile’ ad occhio. Una tappa importante per l’avvio della nostra internazionalizzazione è stata l’Arabia Saudita, dove abbiamo realizzato la residenza estiva del Re Fahd.

Un mercato nel quale siete presenti oggi?
Il Medio Oriente, nel nostro settore, è in mano a maestranze locali o imprenditori cinesi. Noi operiamo su mercati tecnologicamente più esigenti, come New York e Londra. I cinesi sono competitivi sulle quantità e offrono un prodotto diverso noi che siamo più “sartoriali” e sofisticati in tecnologia.

La seconda tappa?
A fine anni ‘80 realizziamo prima il , firmato da Renzo Piano (1988) e poi la Haas Haus progettata da Hans Hollein, davanti a Stephan Platz: un’opera contemporanea a tutto vetro di fronte alla storica cattedrale di Vienna. Un bel colpo d’occhio!

Allianz Tower di Arata Isozaki, Milano, 2015

Nel ventunesimo secolo, quali interventi ritiene più significativi?
Nel 2013 a Londra Park House progettata da Robin Partington, vicino ad Hyde Park, un edificio estremamente complesso dalla forma ardita. Ci ha spinti a realizzare opere sempre più complicate, da un punto di vista architettonico e tecnologico. E poi la Allianz Tower di Arata Isozaki, a Milano, nel 2015. Il primo edificio sopra i 200 metri che abbiamo realizzato, ed è stato per noi una referenza importante. La tecnologia innovativa del vetro curvato a freddo (cold bending), cioè senza l’utilizzo di forni di riscaldamento. Il risultato di questa naturale curvatura, realizzata direttamente negli stabilimenti Focchi, permette di ottenere da un vetro piano una larga curvatura impressa, libera da deformazioni locali o distorsioni visibili e con il vantaggio di bassi costi di produzione.

Negli anni ‘90 siete in Inghilterra.
American Air Museum, di Norman Foster, nel 1997, inaugurato dalla regina Elisabetta II. La presenza di sua Maestà all’inaugurazione ci ha dato una grandissima visibilità all’epoca.

Innovazione e ricerca, sempre

Qual è una delle qualità più evidenti della sua azienda?
In premessa occorre dire che siamo degli integratori: acquistiamo il materiale, di cui abbiamo una profonda conoscenza, e poi prefabbrichiamo tutto in Italia. Quando arriviamo sul cantiere siamo pronti per l’installazione.

In cosa consiste la vostra ricerca di innovazione?
Andando nel senso di una sempre maggiore prefabbricazione, che è una delle nostre caratteristiche di base e che fornisce grandi vantaggi nel mondo delle costruzioni, oggi progettiamo l’integrazione degli impianti nell’involucro. È il filone di studio dedicato alla sensorizzazione delle facciate: controlli l’edificio all’esterno e all’interno, la temperatura, il rumore, la ventilazione, il clima, l’inquinamento: questo permette di avere una pelle “viva” che modifica lo spazio migliorando il confort interno e ottenendo un risparmio energetico. È la facciata “intelligente”, una frontiera di cui siamo molto orgogliosi.

Maurizio Focchi, imprenditore umanista

Come si tiene aggiornato, rispetto al suo settore?
Per me le relazioni umane sono le più importanti: sono curioso, mi piace conoscere altre imprese perché da ognuna puoi essere stimolato per far nascere nuove idee. Il confronto è sempre utile: nel tempo mi sono convinto che ogni azienda ha un suo DNA specifico da cui non puoi prescindere.

Che cosa ha sul suo comodino?
La salute diseguale di Michael Marmot, un epidemiologo. Un saggio che mette in luce i fattori determinanti della salute dal punto di vista economico e sociale.

Nuove idee nuove imprese: il futuro dell’associazione

Nella sua carriera professionale ha spesso ricoperto ruoli istituzionali: presidente di Confindustria Rimini, di Eticredito. Oggi è ai vertici dell’associazione Nuove Idee Nuove Imprese, nata come business plan competition.
È una realtà interessante. Pionieristica, se penso che è stata fondata 19 anni fa. Siamo in un settore particolare, quello dell’idea di impresa: altre realtà, come incubatori, si dedicano alle fasi successive del processo di vita di una startup.

Come vede il futuro dell’associazione?
Le sfide che ci diamo adesso sono aumentare il numero e la qualità delle idee di impresa che partecipano al nostro concorso e accompagnare maggiormente con una attività di mentoring le startup finaliste.

Nuove idee nuove imprese

Maurizio Focchi racconta Cittadinanza ONLUS

Lei ha anche dato vita a Cittadinanza Onlus, attiva da diversi decenni, un’associazione che sviluppa e sostiene progetti di riabilitazione psichiatrica e di intervento psico-sociale in paesi a basso reddito quali India, Serbia, Albania, Kenya e Panama. Una realtà più vicina ai suoi studi universitari di Medicina.
È la mia passione. Ci interessiamo di persone con malattia mentale grave e di bambini con disturbi mentali, ritardi di sviluppo fisico, nel movimento, nella parola. Il nostro obiettivo sono i Paesi a più basso reddito, dove questi malati si collocano purtroppo molto in basso nella lista delle priorità sanitarie.

Dove operate?
Abbiamo un progetto in India con bambini che seguiamo ormai da quindici anni. Poi siamo in Etiopia e in Kenya. Qui, nella baraccopoli più grande di Naironi, Kibera, affianchiamo una realtà gestita da un padre Comboniano, che si chiama Koinonia. Seguiamo un centro diurno per i casi più gravi, con visite ambulatoriali, fisioterapia, logoterapia. Ormai ne abbiamo seguiti centinaia. Il nostro obiettivo è fare loro recuperare abilità di base. Mangiare da soli, andare in bagno, esprimersi, camminare: così che possano iniziare a frequentare la scuola.

Come lavorate nella baraccopoli?
Lavoriamo con le madri di questi ragazzi. Cerchiamo di aiutarle a comprendere il senso di ciò che facciamo. È anche un processo educativo. All’inizio queste donne che abbiamo avvicinato erano molto depresse: in quei popoli la disabilità dei figli è vissuta come una punizione divina. Poi il passaparola tra le mamme ha preso il via. E il nostro lavoro ha iniziato a funzionare. Ci hanno portato tantissimi bambini: ad oggi ne abbiamo seguiti 800. Li aiutiamo, li inseriamo a scuola.

Kibera, immagini e gioia dalla baraccopoli

In Etiopia invece?
Qui stiamo esprimendo il nostro sforzo maggiore. Stiamo collaborando con il Cuamm, Medici con l’Africa, associazione di Padova, che lavora in otto Paesi africani. È una realtà straordinaria, attiva da 70 anni. Il Cuamm gestisce vari ospedali come il St. Luke a Wolisso, dove noi interveniamo dedicandoci a un doppio progetto adulti-bambini. Gestiamo un ambulatorio per adulti ed una attività di fisioterapia per i bambini.

Obiettivi?
Ne abbiamo due. Uno complessivo: non fermarci solo all’attività ospedaliera, ma fare le nostre attività negli health center che si trovano nell’area. Nella regione di Wolisso vivono 1,2 milioni di persone; per raggiungere l’ospedale, se vengono dalle zone rurali, devono percorrere anche cinque ore di strada a piedi. Così invece saremo noi ad avvicinarci a loro. Il secondo progetto è specifico sull’epilessia, dedicato agli adulti e ai bambini. In questi paesi più poveri l’epilessia non curata è attorno all’80-90%, mentre basta una buona farmacologia per tenerla a bada. Specialmente se la si prende all’inizio, da piccoli.

Maurizio Focchi con uno dei bambini di Cittadinanza ONLUS

La leadership di domani

La sua azienda e il futuro: ci sarà un ricambio generazionale?
Sicuramente, ma non vorrei che fosse legato solo ai miei figli, che per altro già ci lavorano. Certo: se ci sono i figli può essere un vantaggio; la famiglia, in generale, può essere un valore. Ma non è automatico che un figlio debba gestire l’azienda di famiglia.

E allora qual è il suo desiderio?
Il mio sogno è che Focchi Spa sia vissuta, sentita come propria da chi ci lavora. Vorrei che l’azienda perdurasse; che la maggior parte dei profitti restasse nell’azienda, per farla crescere. Non potrà durare solo perché ci sono i Focchi, ma perché ci sono altre persone che ci credono. I figli sono una delle possibilità, non l’unica.

Governo guidato da Mario Draghi: una battuta?
Spero che ci sia una bella iniezione di fiducia, di attenzione alle imprese, in particolare il mercato immobiliare italiano potrebbe essere molto più trainante. In questo momento solo il 10% del nostro fatturato è a livello nazionale. Nel complesso sono speranzoso: se l’Europa dà una mano, il nostro settore potrà avere di nuovo un bel futuro.

Quella volta che Libeskind venne a Rimini…

Lei ha conosciuto diverse archistar: un aneddoto?
Quando Daniel Libeskind è venuto a Rimini per un incontro di lavoro, ha voluto vedere il Tempio Malatestiano e l’ho accompagnato. Ha detto che per lui è l’opera architettonica più importante, ma non del Rinascimento: di tutti i tempi.

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