Fondazioni bancarie protagoniste dello sviluppo dei territori

Un convegno a Forlì per valutare, dopo 30 anni dall’entrata in vigore, l’impatto della legge Amato sulle Fondazioni bancarie

In Italia circa 40 miliardi di patrimonio pubblico sono gestiti da 88 enti privati. Si tratta delle 88 fondazioni bancarie che governano le più grandi realtà creditizie italiane. Create nel 1990 su input dell’allora ministro del Tesoro Giuliano Amato (e infatti la legge porta il nome dell’ex presidente del consiglio), dovevano essere un semplice passaggio tecnico per privatizzare il sistema bancario attraverso la creazione di enti a cui affidare momentaneamente le azioni di controllo delle rispettive banche, in attesa di metterle sul mercato. Ma le fondazioni sono sopravvissute, diventando sempre più potenti ed ereditando quella parte di patrimonio un tempo in mano alle banche pubbliche: palazzi, quadri, patrimoni. In questo modo le fondazioni, in molti casi, hanno in mano le “chiavi” di molte città italiane – da Milano a Palermo, da Torino a Roma, da Bologna a Napoli, passando per i piccoli centri come Lucca, Civitavecchia o Jesi – essendone le protagonisti, finanziatrici, di molteplici attività: dalla cultura al sociale, dall’economia alla sanità. Il tutto in ampio lavoro di sostegno dei territori e di lotta alle tante povertà che si intersecano da Nord a Sud.

Lo strumento per ristrutturare il  sistema bancario

Le Fondazioni, come si accennava, sono in pista da 30 anni, cioè da quando la legge Amato, la numero 218/1990,  le ha create mirando alla ristrutturazione e all’integrazione patrimoniale degli Istituti di credito di diritto pubblico, avviando il processo di trasformazione e innovazione dell’intero sistema bancario italiano, ponendo  altresì le basi per l’istituzione delle Fondazioni bancarie. E la Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì, a trent’anni dalla sua approvazione, ora che ha dispiegato a pieno i suoi effetti anche al di là dei suoi confini originari, ha pensato che fosse opportuno tornare a interrogare i protagonisti di allora e di oggi della scena politica ed economica sulle sue ragioni e sulla sua efficacia, non solo nel passato e nel presente ma anche per il futuro. Ne è emerso un dibattito stimolante e approfondito, introdotto e concluso dal presidente della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì Roberto Pinza, a cui hanno partecipato, tra gli altri, lo stesso Giuliano Amato, l’ex ministro Giulio Tremonti e il presidente dell’Abi Antonio Patuelli.  “La foresta pietrificata, così veniva chiamato il sistema bancario prima della riforma Amato, non è più tale – ha detto Roberto Pinza – e il sistema creditizio si è dato un’organizzazione efficiente e di respiro europeo, creando Fondazioni che ora devono imboccare con decisione la strada della progettazione propria degli interventi”. Creando, in primis,  un sistema che ha dato un impulso decisivo al vastissimo mondo del no profit che vede nelle Fondazioni un soggetto di imprescindibile rilevanza.

L’impatto sul territorio forlivese

Basta dire, guardando ai soli dati della Fondazione di Forlì, che in 28 anni ha erogato complessivamente 210 milioni finanziando oltre 10mila progetti. La parte del leone l’anno fatta il welfare (60 milioni) e la cultura (56 milioni) ma non è stata da meno la ricerca con oltre 30 milioni. Come ha evidenziato Giulio Tremonti, non vi è più alcuna ideologia negativa intorno alle fondazioni e ne è la riprova anche la possibilità di erogare loro il 5 per mille nella dichiarazione dei redditi. E non sarebbe male, ha proposto Tremonti, passare alla possibilità di “girare” alle Fondazioni il  10 per mille. Resta comunque prioritaria la scelta di concentrare le risorse a progetti di ampio respiri senza disperderle in tanti rivoli inserendo l’attività delle fondazioni in progetti nazionali, come ha sottolineato Francesco Profumo presidente di Acri e Compagnia di Sanpaolo. Pregnante l’intervento di Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, Associazione bancaria italiana e della Cassa di Ravenna, che ha affermato, fra l’altro, che le banche hanno bisogno di investitori privati stabili, di ampi orizzonti, non speculativi a breve: in Italia ve ne sono ancora pochi di tal genere, dopo vari decenni di legislazioni innovative, atte a crearne i presupposti. “Le Fondazioni di origine bancaria  – ha spiegato Patuelli – che hanno molto differenziato i loro investimenti, sono fra i più lungimiranti e stabili azionisti delle banche e hanno appoggiato la gran parte delle innovazioni nel mondo bancario, con la nascita di gruppi di dimensioni europee e con la partecipazione in banche regionali indipendenti. Le Fondazioni hanno inoltre dimostrato resilienza nelle fasi economiche complesse, come l’attuale di pandemia, ed ampi successi reddituali”. L’Italia, ha aggiunto il presidente Patuelli, ha bisogno di più (non di meno) investitori lungimiranti e stabili come le Fondazioni: in tal senso occorrono anche incentivi fiscali agli azionisti, anche di piccole dimensioni, stabili e non speculativi, per orientare il risparmio degli italiani verso gli investimenti nei settori produttivi.

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