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Nuovi scenari e strumenti per ripensare l’approccio ai mercati internazionali

La Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con Art-ER, promuove un nuovo ciclo di seminari on line dedicati alle nuove politiche attive per l’internazionalizzazione nell’era Covid. Dalle analisi e macro-scenari agli strumenti operativi per accompagnare il nostro sistema produttivo nella “nuova” globalizzazione

di Thomas Foschini

Parola d’ordine, presentarsi vivi all’appuntamento con la ripresa, se e quando ci sarà: tutti sperano (ma pochi giurano) nella prima parte del 2021. Principale sfida, vantaggi e problematiche di un’economia regionale che dipende dall’export per il 40% (era il 13% nel 1990) e con il blocco delle catene di commercio e fornitura internazionali rischia di finire in debito d’ossigeno, nonostante gli sforzi delle istituzioni a sostegno di un sistema imprenditoriale che, sin qui, non si è arreso alle conseguenze di una crisi mai così globale e pervasiva dal 1945.

Così la Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con Art-ER, lancia il primo di una serie di incontri sul tema “Ripensare le politiche di internazionalizzazione”, il primo dei quali ha occupato l’intera giornata del 6 ottobre con la partecipazione dei massimi esperti del mondo dell’Università, della diplomazia, del commercio estero. “L’obiettivo è molto ambizioso – introduce Marco di Tommaso, ordinario di Economia applicata alle Università di Ferrara e Cambridge, presidente del CTS Art-ER – incrociare le analisi dei macro-scenari con gli strumenti operativi. Pensando al dibattito corrente, l’azione politica ha assoluto bisogno di analisi ed il tema dell’internazionalizzazione assume oggi una nuova, pressante centralità”.

Morena Diazzi, direttore generale Economia della Conoscenza, del Lavoro e dell’Impresa della Regione Emilia-Romagna

Le asimmetrie informative

A volte il mercato, lasciato a se stesso, non è in grado di restituire un incrocio soddisfacente tra domanda e offerta di beni e servizi. “Parliamo di scambi sia di beni tangibili – prodotti intermedi o beni di consumo – sia di beni intangibili, ricerca conoscenza, opportunità”, spiega Di Tommaso, chiamato a moderare questo primo incontro che, in corso di giornata, ha previsto focus specifici su Asia e Africa, target privilegiati delle politiche di internazionalizzazione regionali e nazionali.

Quale il ruolo delle Regioni nell’accompagnare questo percorso con politiche e strumenti capaci di inglobare il cambiamento in corso e proiettarlo nel futuro? “L’internazionalizzazione dei mercati,delle competenze, dei beni e dei servizi – osserva Morena Diazzi, direttore generale Economia della Conoscenza, del Lavoro e dell’Impresa della Regione Emilia-Romagna – è un processo inarrestabile. Quello che occorre ripensare sono gli strumenti, servono nuove idee, modelli organizzativi”, in sostanza un modello di approccio e promozione sui mercati esteri che possa prescindere, almeno per un po’, dalle fiere in presenza, dalle strette di mano, dalle trasferte sul campo.

Tre le linee d’azione della Regione, che sin dalle prime fasi dell’emergenza ha sostenuto il sistema delle imprese con misure ad hoc. Inizialmente pensati per parare i colpi della crisi della produzione e del commercio globale – dando risposta alle emergenze sanitarie, come la mancanza di respiratori e mascherine – tali interventi portano con sé un’ambizione in più, rendere questa occasione proficua per un ripensamento completo e strutturale delle politiche attive di internazionalizzazione, in coordinamento con il governo nazionale.

“Esistono tre grandi ambiti di azione, il mondo dell’Università e della ricerca, su cui abbiamo fatto in questi anni passi avanti straordinari; il secondo è la promozione, in collaborazione con l’Istituto per il commercio con l’estero, attraverso progetti ‘di sistema’; infine la promozione culturale, un ambito sempre più importante che la Regione Emilia-Romagna persegue con il supporto di una serie di attori, compresi gli italiani all’estero”.

Tre ambiti per altrettante sfide, la prima il digitale, “un campo dai confini ignoti – spiega Diazzi – che vede un forte impegno su big data e trasformazione digitale. Quindi la sostenibilità: tanto più noi pensiamo già oggi i prodotti in una logica sostenibile, tanto più saremo attraenti e competitivi all’appuntamento con la ripresa dei mercati. Il terzo ambito, in parte inedito, riguarda la sicurezza, non solo la sicurezza del lavoro, ma anche un nuovo modo di ripensare i servizi nell’ottica della ‘protezione’, dopo anni in cui l’impegno prevalente era indirizzato all’abbattimento delle barriere”.

Spaghetti, pizza, mandolino e… ricerca

La prima domanda è in apparenza banale. Cosa conoscono all’estero dell’Emilia-Romagna e dell’Italia? Le sue eccellenze agroalimentari, ovvio. “Ma non sempre, visto che – ha osservato il professor Pietro Masina, docente all’Università Orientale di Napoli – per le vie di Singapore per mangiare un buon gelato occorre domandare un gelato inglese”. Ma non è tutto. Anche Paesi molto attenti alle cose italiane, come la Corea del Sud, conoscono molto poco dell’Italia del 21° secolo, “in particolare – ha spiegato l’Ambasciatore d’Italia a Seoul, Federico Faillanon è sempre chiaro che l’Italia ha prodotto ottime opere d’arte anche dopo il Rinascimento, ottimo cinema anche dopo il neorealismo, grandi pensatori dopo Leonardo e Galileo”. Per non parlare dell’eccellenza diffusa in ambiti molto più “hard”, come la ricerca, meccanica avanzata, la green economy.

Gli spazi di manovra da questo punto di vista sono enormi – aggiunge Failla, ricordando come in un’economia avanzata come la Corea oltre il 30% del fabbisogno energetico sia tuttora garantito da centrali a carbone – ad esempio in un Paese come questo, che assorbe la maggiore percentuale di esportazioni italiane pro-capite dell’intera Asia”.

Due al momento i principali strumenti in campo, il primo dei quali riguarda la grande distribuzione organizzata. Grazie a un nuovo portale e a una nuova logica (che ha riunito in un unica piattaforma servizi prima gestiti ed erogati da enti diversi, tra cui l’Ice) da oggi anche un’impresa che non ha sede legale in un determinato Paese potrà esportarvi i propri prodotti, senza particolari limitazioni commerciali, doganali, logistiche.

Federico Failla, Ambasciatore d’Italia a Seoul (Corea del Sud)

Gli intermediari

La capacità di essere presenti sulle principali piattaforme di e-commerce è l’antidoto migliore a un commercio internazionale che non può più essere esclusivamente fondato sulle relazioni “in presenza”. Prima di questo, osservano gli esperti, un nuovo modo di pensare l’internazionalizzazione prevede un ruolo molto più importante per gli “intermediari”, attori locali (o anche produttori) che possono farsi garanti o attori protagonisti dei percorsi di promozione e vendita di prodotti, conoscenze, servizi elaborati lungo la via Emilia.

Uno di questi nuovi servizi è G-Market, illustrato da Vincenzo Calì dell’Ice, che proprio in Corea supporta le imprese decise ad esportare beni e servizi pur non avendo, e non potendosi permettere, una vera e propria struttura o sede legale nel Paese. “I costi di accesso al portale sono abbastanza contenuti, 3.500 euro in media”. Non vale per tutti i settori (ad esempio non per il vino, a causa delle limitazioni imposte dalla legislazione locale) ma tale nuovo servizio è un esempio concreto di come si possa ripensare una logica di promozione all’estero che prescinde dalle “esportazioni”, almeno intese in senso tradizionale.

In altri casi, l’intermediario non è una piattaforma legale-commerciale ma un vero e proprio produttore locale. Perché se la pandemia ha reso di fatto impossibile, in molte aree, la circolazione di persone, beni e servizi è ancora possibile (e in prospettiva conveniente) esportare idee e conoscenze, tutelandole magari con opportune licenze. In questa chiave l’intervento al webinar di Francesca Spigarelli, docente all’Università di Macerata e massima esperta di Cina.

“La pandemia ha accelerato e reso impellenti trend in gran parte già avviati”, osserva. Secondo il World Investment Report 2020, appena pubblicato, è in atto una profonda riorganizzazione delle catene globali del valore”. Riorganizzazione ed anche, a dire il vero, ridimensionamento. “L’epidemia – rileva Spigarelli, citando il rapporto – ha reso evidenti i rischi nell’affidarsi a catene del valore troppo estese”.

Le relazioni di prossimità

Prodotti a basso o nullo valore aggiunto che mancano (le famose mascherine). Intere fabbriche ferme perché una parte di componentistica viene prodotta oltreconfine. Questo ha significato la pandemia. “Ecco perché di fronte a un indubbio rallentamento e ripensamento delle catene di fornitura globale occorre rivalorizzare le relazioni di prossimità”, spiega la docente, citando esempi virtuosi di pmi marchigiane in ambito moda e calzature.

Intermediari, produttori locali (a cui vendere in franchising o licensing l’idea, prodotto o servizio) ma anche un nuovo tipo di internazionalizzazione “indiretta”, che consiste nel sostenere l’ingresso di capitali esteri nelle imprese di casa nostra – e viceversa – per favorire la loro partecipazione a un contesto globale. Questa la prospettiva, non priva di rischi, su cui occorrerebbe muoversi.

Di rischi parla, da una prospettiva inedita, il professor Giancarlo Coro’, ordinario di Economia e Scambi internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. “Quello che accade oggi – osserva il docente – offre una certa giustificazione al protezionismo. Ogni società democratica ha tutto il diritto di adottare le politiche necessarie per difendere la propria coesione sociale, il proprio welfare”.

Il protezionismo è una brutta parola? Non necessariamente, spiega Coro’, considerando che anche in mercati lontani come l’Estremo Oriente la competizione avviene sempre di meno sul costo del lavoro (aumentato in modo consistente anche da quelle parti) e sempre di più sullo scambio di conoscenze, modelli produttivi e organizzativi. “In questo scenario – sottolinea il docente – le economie avanzate hanno tutti gli strumenti per uscire vincenti da questa nuova globalizzazione less intensive”.

Il nostro cortile

Lo è l’Europa che, da sola, continua ad assorbire oltre il 50% delle esportazioni del sistema-Italia. Qui vale il principio della libera circolazione delle merci, delle persone, delle conoscenze. Non il resto del mondo, dove, secondo gli esperti, cominciano a pagare di più e meglio politiche di internazionalizzazione mirate al trasferimento del valore tramite intermediari, il già citato licensing.

Il compromesso che occorre trovare anche dal punto di vista del decisore pubblico – conclude Giancarlo Coro’ – è quello tra smaterializzazione della produzione e conservazione della conoscenza, attraverso il sostegno alla manifattura”.

Eppure, ci sono imprese in Italia che i mercati esteri li guardano, da ben prima della pandemia, solo con il binocolo. Meno in Emilia-Romagna – dove oltre il 75% dell’export è realizzato da imprese con meno di 50 addetti – ma in generale in Italia, la polverizzazione del tessuto imprenditoriale non gioca a favore di politiche di internazionalizzazione efficaci, specie in assenza di una pressante e continuativa azione di sistema (l’Italia ha avuto dal 1945 ad oggi ben 68 governi, in carica mediamente per poco più di un anno ciascuno).

Lo spiega Claudio Petti, pro-rettore delegato Cina all’Università del Salento. “In questo contesto a mobilità limitata dobbiamo a maggior ragione ridefinire il concetto stesso di internazionalizzazione ed in questo l’Università può giocare un ruolo determinante. Parliamo di mobilità studentesca, di ibridazione dell’offerta formativa. Sono tutti canali attraverso i quali anche le piccole e piccolissime imprese possono avere occasione di misurarsi con la globalizzazione. Una globalizzazione che in ogni caso le riguarda, anche se non hanno mai esportato alcunché”.

L’incognita Asean

C’è un’area, a livello di macro-scenari, che suscita particolari attenzioni. È il cosiddetto sud-est asiatico, un insieme di Paesi (tecnicamente 10) che assommano insieme 660 milioni di abitanti, la settima economia al mondo (ed in prospettiva la quarta), terzo partner commerciale dell’UE dopo Usa e Cina.

Thailandia, Malesia, Indonesia, Vietnam, Singapore, ma anche – tramite accordi bilaterali – Giappone, Australia e Nuova Zelanda, indirettamente Cina e India. Strettamente intesa, l’area Asean si sta organizzando come un vero e proprio spazio di libero scambio, pur nell’estrema diversità dei contesti e delle dimensioni-Paese, sia sotto l’aspetto politico sia economico. “Quest’area può rappresentare una grande opportunità per le nostre imprese, osserva Pietro Masina, docente all’Orientale di Napoli – specie se consideriamo che sino ad oggi queste economie hanno basato il proprio sviluppo, prevalentemente, sul basso costo del lavoro. L’Europa può avere un ruolo determinante nell’affrontare temi di sostenibilità, nel favorire trasferimenti di tecnologia in collaborazione con attori locali”.

Per farsi un’idea delle opportunità in campo, basti pensare all’Indonesia, un gigante da 260 milioni di abitanti dove è all’orizzonte la costruzione, dal nulla, di una nuova città-capitale (con tutto quello che comporta in termini di necessità di fornitura di beni, tecnologie, competenze, servizi).

Ruben Sacerdoti, responsabile del Servizio Attrattività e Internazionalizzazione della Regione Emilia-Romagna

Emilia-Romagna 2025

È Ruben Sacerdoti, al timone del servizio Attrattività e Internazionalizzazione della Regione Emilia-Romagna e co-regista dell’evento, a tirare le fila della mattinata, prima di un focus specifico dedicato ad Africa ed Etiopia. Secondo il dirigente, la pandemia 2020 ci ha consegnato un Paese in grande difficoltà, ma che può trovare nuova linfa vitale grazie a un’attenta politica attiva sub-nazionale (regionale) di sostegno all’internazionalizzazione.

“Il primo elemento che emerge è che i nostri sistemi produttivi devono essere messi nelle condizioni di sopravvivere e svilupparsi anche in un momento di forte rallentamento del commercio internazionale. Sin dall’inizio – ricorda Sacerdoti – abbiamo dimostrato la capacità di mettere a disposizione del sistema produttivo le nostre relazioni, ad esempio per reperire dispositivi di protezione individuale che erano la vera emergenza nella prima fase. Beni e servizi sviluppati nell’emergenza che ora utilizziamo nei nostri uffici, nelle nostre scuole, e che possiamo trasformare in una nuova opportunità di sviluppo anche all’estero”.

La crisi ha inoltre fatto ‘esplodere’ la digitalizzazione dell’export, con un ruolo determinante di viale Aldo Moro nel predisporre e far funzionare (anche grazie alla rete Lepida) nuovi servizi di e-learning, e-health, ecc. Il tutto attraverso una strategia permanente di coinvolgimento delle imprese più piccole che, come detto, contribuiscono a una quota maggioritaria dell’export regionale.

Una strategia che passa, rivela Sacerdoti, dal nuovo Patto per il Lavoro definito a livello nazionale e dal rilancio della strategia Emilia-Romagna Go Global. Sino a ieri fondata sul sostegno a ben determinate filiere (meccanica, biomedicale, automotive, ecc), tale strategia viene riproposta in questa seconda fase con orizzonte 2025 e quattro diversi pilastri: healty, green, creative, digital.

In ognuno di questi ambiti, spiega Sacerdoti, “occorre individuare strumenti precisi per valorizzare le competenze delle nostre imprese e gli investimenti fatti sin qui”. Restando al Covid, l’esempio eccellente delle riconversioni produttive, ma anche i servizi digital-health venduti negli Stati Uniti, dove l’Emilia-Romagna è saldamente presente nella Silicon Valley. Quindi in ambito strettamente digital, le azioni volte a sostenere l’incontro B2B che, unito agli investimenti già realizzati su Industria 4.0, disegna scenari in prospettiva molto promettenti.

Infine, green e creative. Il primo, in quanto una delle sfide particolari dei prossimi anni sarà esportare un modello di sviluppo basato sulla “climate diplomacy”: chi pensa e produce green andrà valorizzato, e in Emilia-Romagna le competenze non mancano. “Creative”, infine, visto che – concordano docenti ed esperti – l’internazionalizzazione del futuro sarà anzitutto una promozione all’estero della propria cultura, società, territorio, in quanto tale indistinguibile dalla promozione delle esportazioni di beni.

Utilizzando un vecchio slogan, per internazionalizzare nell’era Covid occorre quindi “fare sistema”, come Emilia-Romagna e come Italia, ma questa volta per davvero.

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