Moda: quanto il “Made in Italy” può essere strategico nel post pandemia

Un talk tra addetti ai lavori sulle prospettive del settore moda tra presente, futuro, prospettive e possibilità di ripresa

di Rossella Pressi

La moda esaminata durante una chiacchierata, rigorosamente online come tutti abbiamo imparato a fare in tempo di pandemia, organizzata da DocCom sotto al cappello “Tempo di Rinascita”, con l’obiettivo di analizzare il presente con strumenti nuovi e, attraverso la condivisione di esperienze, trovare possibili soluzioni alle criticità legate al periodo che stiamo vivendo. Analisi di scenario e problemi reali che fotografano un settore che il lockdown ha messo a dura prova perché ha fermato una filiera intera.

Lo scenario

Antonio Franceschini, responsabile nazionale unione CNA Federmoda e dell’ufficio promozione mercato internazionale

Quello della moda – spiega Antonio Franceschini, dal 2006 responsabile nazionale unione CNA Federmoda e dal 2012 responsabile dell’ufficio promozione mercato internazionale di CNA Federmoda, associazione che raggruppa tutta la filiera con 25mila imprenditori associati – è un settore particolarmente frammentato fatto di 80mila imprese che operano tutte sotto al concetto-chiave del “Made in Italy”. La grande forza del settore è saper coniugare virtuosismo creativo e virtuosismo produttivo: qualità di tanti designers insieme alla capacità dei produttori. Sono tanti i brand internazionali che ci riconoscono questa qualità e vengono a investire in Italia. A loro però dobbiamo far conoscere ulteriori aspetti: la responsabilità sociale e l’etica che la accompagna, l’attenzione al lavoro e il rispetto dell’ambiente, ma anche un legame stretto con i territori. Valori di prodotto coniugati a valori sociali. Per tenere il passo con il mercato vanno poi fatti investimenti sulla formazione tecnica e professionale delle maestranze e sulla trasmissione di impresa che consenta agli imprenditori di tramandare il business a nuove leve”.

Luca de Albertis a.d. Pixdata

Intanto il settore ha dovuto affrontare la crisi e, grazie a un’analisi sulle conversazioni social curata dall’agenzia specializzata nelle strategie del marketing digitale Pixdata che ha esaminato 110mila post con 171mila condivisioni fatte in prevalenza da persone tra i 18 e i 35 anni, sappiamo come si è mosso il sentiment delle persone nei mesi di lockdown. “Se all’inizio di marzo i post sulla moda erano soprattutto di critica agli scarti poco ecosostenibili del fashion – illustra Luca de Albertis che di Pixdata è l’amministratore delegato –, durante il lockdown la paura prevalente era quella di perdere il lavoro mentre ora emergono i timori per la ripresa. Quello che sappiamo di chi scrive i post è che sono persone che cercano la qualità, ma hanno una capacità di spesa medio/bassa. Se è a loro che il settore vuole arrivare, vanno studiate nuove strategie. La grande incognita è come fare a sviluppare soluzioni di qualità ed eco-sostenibilità a un costo abbordabile con l’obiettivo di raggiungerli. Negli Stati Uniti stanno esplorando la soluzione dell’usato, ma probabilmente altre ne possono esistere. Di sicuro – conclude De Albertis – va ripensato il retail”.

I numeri del settore moda

Maria Elena Molteni, giornalista

In primo piano però al momento ci sono i numeri. “La filiera tessile e abbigliamento – riepiloga Maria Elena Molteni, direttore responsabile Luxury&Finance – ha chiuso il trimestre in calo del 25% pari a circa 3,5mld di fatturato in meno rispetto al 2019. Per il secondo trimestre la stima è anche peggiore perché si parla di un -50/70% ma con un recupero nel secondo semestre, il settore potrebbe chiudere l’anno al -20/35%. Passata l’emergenza sanitaria quindi, si affaccia l’emergenza economica”. Nonostante molte imprese abbiano iniziato la produzione di mascherine, la filiera fatta di piccole e medie aziende che rappresentano il 90% del settore, è a rischio. “Tra le soluzioni sul piatto – prosegue Molteni – c’è il reshoring. Riportare in Italia parte della produzione potrebbe valere 300mila posti lavoro potenziale soprattutto per i giovani”.

La voce delle aziende

Marco Calzolari, amministratore di Kaos

Qualcuno intanto potrebbe essere più pronto di altri a ripartire. “Il settore del Fast Fashion – spiega Marco Calzolari, amministratore unico di Kaos, uno dei brand di punta del Centergross di Bolognaha sofferto meno di altri: si tratta di aziende più piccole che lavorano una settimana per l’altra e, per queste, gestire le emergenze è più facile anche se adesso il problema sono le vendite perché i negozi stanno incassando poco. A chi lavora sul campionario però – aggiunge – è andata peggio perché si è dovuto fermare al momento di iniziare a produrre. Queste aziende hanno perso fatturato praticamente già incassato perchè la vendita dei campionari è andata in fumo. Ci sono timore e sfiducia. Alle aziende serve liquidità”.

Marco Morosini, ceo Brandina The Original

Una necessità sottolineata anche Marco Morosini, ceo Brandina The Original. “La situazione è epocale – dice –. Non mi sono mai sentito solo come questo momento. Tante promesse, ma alla fine non è arrivato nulla se non la possibilità di avere un prestito che potevo chiedere anche prima. L’impressione è che lo Stato non difenda il Made in Italy. Che si fissi su alcuni settori trascurandone totalmente altri”.

Lorenzo Delladio imprenditore trentino de La Sportiva

Secondo Lorenzo Delladio, ceo de La Sportiva, azienda che ha riaperto definitivamente solo il 3 giugno dopo le precisazioni dell’Inail sul Covid come malattia e non come infortunio sul lavoro, “questa situazione emergenziale può essere un’occasione per rallentare. Noi – spiega – esportiamo l’80% della produzione. Il nostro mercato di riferimento sono gli Stati Uniti dove il Made in Italy è ancora tanto apprezzato. Causa Covid abbiamo posticipato l’immissione del campionario di una stagione per evitare che diventasse vecchia durante il lockdown. L’auspicio è che tutti lo facciano. Che cogliamo l’occasione per vivere con meno consumismo. È chiaro che abbiamo bisogno di innovazione ma rallentare può essere salutare in un’ottica di sostenibilità: per il mercato, per l’ambiente”.

Il futuro

Due sembrano essere le vie indicate per uscire dalla crisi: una maggiore identità di prodotto e la digitalizzazione.

Che la prima sia già in corso di realizzazione lo conferma Claudia D’Angelo responsabile Archivio Textile Design Fondazione Fashion Research Italy che, con un occhio privilegiato su questo aspetto, rivela come “ora la moda e il design guardino tanto al passato e sia già molto il lavoro di archivio”.

E che la seconda possa essere una strada da intraprendere con coraggio lo testimonia Luca Piani, CEO di Duvetica, brand che celebra lo stile di vita italiano in chiave moderna e aggiornata puntando molto proprio sulla digitalizzazione. “Tra i vantaggi – spiega – ci sono la possibilità di rendere tutto misurabile, e saper leggere questi dati diventa importante per le strategie aziendali, e un approccio più veloce e diretto con il consumatore”.

Sulla base di questo, il settore che potrà uscire dalla crisi sarà un settore capace di accettare una sfida. Sarà un Made in Italy in grado di affrontare la digitalizzazione, l’innovazione e la sostenibilità ma di pari passo con una riappropriazione del proprio passato.

Una panoramica del Centergross di Bologna
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