Il Covid nella filiera medicale e l’innovazione ultra fast

filiera medicale

Migliorare le tecnologie che avevamo già “in casa” e fare squadra sono state le chiavi per rispondere all’emergenza Covid della prima ondata. Per il futuro servono più investimenti e programmazione

di Rossella Pressi

Il Covid, per usare un eufemismo, è un imprevisto al quale nessuno nel mondo era preparato. Lo dimostrano i fatti e una seconda ondata che, per numeri rilevati, rischia di fare quasi più paura della prima. Ma se alcuni settori sono stati messi in ginocchio, altri sono stati chiamati in causa per contribuire a dare una risposta il più veloce possibile a sostegno del sistema attaccato dal virus, quello sanitario in primis. È il caso della filiera medicale che nel pieno del primo picco pandemico, ha dovuto trovare soluzioni che, in molti casi, hanno salvato numerose vite.

Non esisteva un piano di reazione

Il Covid ha provocato uno choc del sistema – ha commentato Fabrizio Conicella, general manager OpenZone, ZAMBON Research Center –. Non eravamo preparati all’imprevisto e non esisteva un piano di reazione. In questa situazione, nel sistema salute si sono elaborate procedure standard per la gestione dei malati, ma soprattutto si è lavorato sull’abbassamento della curva dei pazienti gravi perché questo consentiva al Sistema Sanitario Nazionale di poter reagire a una pandemia crescente. Concretamente, quello che abbiamo fatto – spiega –, è stato recuperare la conoscenza già esistente per adattarla all’emergenza, anche mettendo insieme settori lontanissimi tra loro: un esempio è la maschera da sub trasformata in respiratore. Una innovazione ultra fast che è stata possibile perché avevamo già tutto a disposizione”.

Chiara Gibertoni, direttore generale Policlinico S.Orsola-Malpighi

La stessa linea d’azione è stata adottata anche dal Policlinico S.Orsola-Malpighi e a spiegarlo è il suo direttore generale, Chiara Gibertoni: “Nel momento dell’emergenza sono stati riattivati padiglioni dismessi e abbiamo toccato con mano che i risultati migliori si ottengono sostituendo la competizione con la cooperazione”.

I ventilatori polmonari di Siare Engineering

Chi più di tutti gli altri ha fatto dell’innovazione ultra fast una regola nel momento di massima emergenza, è stata la bolognese Siare Engineering, azienda che ha sede a Valsamoggia ed è l’unico produttore italiano di ventilatori polmonari per la rianimazione. “Il 6 di marzo, quando abbiamo ricevuto la videochiamata del Presidente del Consiglio – ricorda ora Gianluca Preziosa, direttore generale dell’azienda –, ci è arrivato addosso uno tsunami e siamo stati chiamati a un’impresa titanica, se confrontata ai nostri ritmi. Ci venivano chiesti 2mila respiratori in poco meno di 4 mesi quando noi normalmente ne facciamo 160/180 al mese. In quattro ore abbiamo dovuto dare una risposta. L’unica cosa che abbiamo chiesto è stato un aiuto con il personale perchè il ventilatore non è un prodotto banale e dovevamo assolutamente mantenere uno standard elevato.

Gianluca Preziosa, direttore generale Siare Engineering

Per fortuna sono arrivati immediatamente 25 tecnici specializzati del Ministero della Difesa e allora siamo partiti. In corsa, è arrivata anche FCA per sostenerci nel reperimento materie prime e indirizzarci su una produzione a catena, nuova per noi, che ci ha consentito di produrre apparecchi a ciclo continuo: quello che producevamo di giorno – spiega – partiva di notte per arrivare in ospedale la mattina dopo. Così organizzati, siamo arrivati a produrre quanto richiesto e anche di più. Da questa esperienza portiamo a casa una grande solidarietà tra impresa, ospedale e operatori. Una corsa contro il tempo vinta grazie alla capacità di fare squadra”.

Covid: pianificare il futuro


È ora su tutta questa esperienza che ci si prepara. “Il Covid ha cambiato il mondo, le nostre abitudini – commenta Conicella – e anche il modo di interpretare le innovazioni tecnologiche che avevamo già a disposizione”. Il Covid ha impattato in modo diverso su sistemi economici che sono a loro volta portatori di innovazione. Ha virtualizzato le relazioni, con il mondo internet che si è arricchito, e ha impattato sui meccanismi distributivi. Ha impattato positivamente sui settori della salute, della pulizia e collegati a questi. Ha inciso molto negativamente su turismo, trasporti e meccanica pesante. E alcune tecnologie ritenute non essenziali lo sono diventate come la capacità di analisi dei dati, le infrastrutture di rete, l’intelligenza artificiale e la capacità di intervenire da remoto attraverso robot.

Il Covid per la sanità – aggiunge Gibertoni – è stato un’enorme lente d’ingrandimento che ha messo in evidenza i punti di debolezza e le sfide per il futuro. C’è tutto un tema che ruota intorno a nuovi modelli organizzativi, la telemedicina e la relazione con il territorio. Sulla telemedicina – avverte la DG – c’è un discorso medico legale che sottende all’uso di questi strumenti che sono ancora poco esplorati. Vanno portati però a sistema e stiamo lavorando perché il privato ci sta arrivando prima”.
Da Preziosa, la riflessione sul futuro travalica quello che è il suo lavoro quotidiano. “Dal nostro punto di vista – rileva – il Covid ha reso evidente l’importanza di avere un produttore sul territorio. Nel mondo siamo 8 e i Paesi che non hanno un produttore locale sono ancora in difficoltà a reperire queste strumentazioni. Accanto a noi c’è tutto il polo del biomedicale di Mirandola che va a completare la filiera. Ora chiediamo allo Stato una maggiore capacità di programmazione perché è evidente quanto sia necessario avere di un minimo di autosufficienza per gestire l’emergenza. Noi siamo produttori, è vero, ma ci siamo resi conto che il ventilatore polmonare ha criticità sui componenti“. Perché se è vero che l’80% è Made in Italy, rimane un 15% che proviene dall’estero: Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti. A loro volta, questi produttori di componenti riforniscono noi e gli altri 7 nel mondo. “Quello che stiamo cercando di fare ora -conclude Preziosa- è autoprodurre questi componenti. Nelle settimane più critiche, sono partiti arerei della protezione civile per andare a caricare questi componenti dall’estero. Una politica lungimirante potrebbe mettersi a fianco del distretto e investire su aziende strategiche per il comparto per poter completare la filiera in modo che se si dovesse mai ripetere una cosa come questa – e ovviamente speriamo di no – l’Italia sarà al 100% autosufficiente”.

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