Capannoni, quali prospettive

Cosa cambia con la nuova legge urbanistica regionale per i capannoni industriali: incentivi per la riedificazione o la conversione in strutture abitative

La ripresa in atto dopo la grave crisi economica dell’ultimo decennio ha lasciato sul campo centinaia di capannoni industriali. Ma ora la situazione del comparto sta  migliorando e si stima che solo circa il 10% dei siti industriali non sia occupato o in attività. Anche se, come fanno notare da Confindustria Emilia, il contesto di utilizzo è nettamente cambiato e la gran parte delle strutture inutilizzate è di piccola taglia (comunque sotto gli 800 metri quadrati); e questa tipologia, almeno per quel che riguarda il triangolo industriale tra Bologna, Ferrara e Modena pesa per circa l’80% sul totale. Segno che se un tempo “piccolo” era bello ora le cose sono cambiate in maniera significativa: basti pensare che se negli anni ‘80 la dimensione media dei capannoni era intorno ai 2.500 mq , negli anni ‘90 era salita a 3.600 e oggi siamo intorno ai 10mila metri quadrati.

capannone non finito

24 le aziende in Emilia-Romagna con capannoni per oltre 100mila metri quadrati.

A fare da battistrada in fatto di ampiezza di capannoni, colossi come Philip Morris, Lamborghini, Bonfiglioli riduttori e Florim e Ima. Ma ora potrebbe arrivare una soluzione anche per le strutture di minore dimensione che faticano a trovare nuova collocazione sul mercato. Infatti, con la nuova legge urbanistica (legge 24/2017) approvata nel dicembre scorso, la Regione Emilia-Romagna si è dotata di uno strumento normativo in grado di sostenere la rigenerazione complessiva del territorio che riguarda anche il settore industriale. “Si tratta – spiega Alberto Talamo, presidente del Comitato unitario delle professioni dell’Emilia-Romagna – di una normativa di grande interesse che fissando l’obiettivo per il 2015 del consumo zero di territorio obbliga a sostanziosi interventi di qualificazione e di rigenerazione del territorio”.

Un aspetto che non può non riguardare il segmento degli edifici industriali non più utilizzati.

I piani urbanistici generali – spiega Giovanni Santangelo, dirigente servizio giuridico del territorio, disciplina edilizia, sicurezza e legalità della Regione Emilia-Romagna – possono prevedere forme di incentivazione sia alla ricostruzione che alla trasformazione delle aree industriali o rinnovando le strutture lasciandole dedicate al settore produttivo o ricostruendo con destinazione abitativa oppure “addensando” situazioni urbanistiche poco omogenee”. Ad esempio, per gli interventi di ristrutturazione urbanistica ed edilizia, addensamento o sostituzione urbana all’interno del territorio urbanizzato, il contributo di costruzione è ridotto in misura non inferiore al 20 per cento rispetto a quello previsto perle nuove costruzioni. Ma i Comuni possono deliberare ulteriori riduzioni del contributo di costruzione, fino alla completa esenzione dallo stesso, in particolare per interventi di addensamento o sostituzione urbana che richiedano la bonifica dei suoli inquinati o la rimozione dell’amianto e di altri materiali pericolosi per la salute. In aggiunta può essere incentivata anche la cubatura esistente con la possibilità di aumentare le quantità edificabili ma sono le amministrazioni comunali a dover prevedere tali possibilità nei Pug, così come è possibile prevedere standard urbanistici differenziati con, ad esempio, oneri minori in capo a rigenera in fatto di parcheggi pertinenziali. 

Giorgio Costa

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