Acli donne e lavoro: per le mamme è più difficile

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Un’indagine dell’Acli  donne e lavoro mette a confronto domanda e offerta per lenell’area metropolitana bolognese

di Mara Cinquepalmi

Se sei donna e lavori, può essere un problema. E’ uno dei dati che emerge dagli oltre 100 questionari sul lavoro femminile che le Acli hanno sottoposto ai direttori del personale di aziende iscritte a Federmanager Bologna e Confcooperative. L’indagine condotta dall’associazione cristiana mette a confronto domanda e offerta di lavoro: da una parte le risposte ai questionari dei responsabili delle risorse umane delle imprese, dall’altra quelle date dalle circa 306 donne che si sono rivolte agli sportelli Acli nei primi mesi del 2019. Ora i dati di entrambi i questionari fanno parte del libro “Occupabilità femminile: oltre l’occupazione” che analizza domanda e offerta del mercato del lavoro dell’area metropolitana bolognese. Quello dell’occupabilità è un tema ancora poco esplorato nel nostro Paese, anche a livello di letteratura scientifica.

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L’indagine dell’Acli fa da apripista e pone diverse questioni

Per il 50% degli intervistati, dunque, essere donne nel mercato del lavoro è “talvolta” un fattore negativo. Per il 28,9% delle risposte, invece, lo è “sempre” e il 21,1% ha risposto che non rappresenta un problema.

Tre sono i motivi per cui i direttori del personale preferiscono non assumere una donna: la gravidanza, la maternità e l’età. Essere giovane e diventare madre, così come essere una donna tra i 50 e i 64 anni sono ostacoli alla carriera. Ma c’è di più. I responsabili del personale intervistati rispondono che in alcuni luoghi di lavoro le donne possono essere considerate come “soggetti deboli” e più soggette a subire offese o comportamenti offensivi.

I dati nel dettaglio

Il questionario affronta anche la questione nazionalità. Il 66% ha risposto che la nazionalità à indifferente nella scelta di personale, ma a domande specifiche il quadro cambia e si fa più complesso. Alla domanda “Se e in quali lavori è preferibile assumere una donna italiana” il 44,7% dei partecipanti ha risposto che è preferibile “sempre e in ogni caso”. Il 35,3% di chi ha dato risposta che una donna italiana è preferibile solo per alcuni lavori, ha precisato che si tratta di occupazioni a contatto diretto con i clienti o che richiedono assistenza specifica all’utenza. Secondo gli autori del questionario, la preferenza potrebbe essere legata a competenze linguistiche.

Quanto alle lavoratrici straniere, invece, il 47,7% ha risposto che preferisce assumere donne straniere solo per certi lavori, il 32,2% mai e il 20,2% sempre senza particolari distinzioni.

Una parte del questionario ha preso in esame anche il lavoro di gruppo. Per il 53,4% di chi ha risposto non ci sono differenze tra uomo e donna nel saper lavorare in gruppo; per il 25,5% del campione le donne sono meno idonee al team work, mentre per il 21,1% le donne sono più adatte al lavoro di squadra. I ricercatori hanno evidenziato una variabilità di opinioni che non consente alcun orientamento prevalente, a conferma del fatto che il tema è ancora molto “aperto” o forse ancora poco approfondito in ambito aziendale.

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La domanda di lavoro

L’indagine ha guardato anche alla domanda di lavoro e, quindi, alle donne che si rivolgono agli uffici del Patronato Acli. Si tratta di un’utenza che può essere quantificata attraverso il numero di pratiche evase: nel 2018 sono state aperte 24.257 pratiche che ricomprendono, oltre a domande di chiarimento generiche, anche quelle specifiche relative alla pensione, alle domande di come usufruire dei permessi di maternità e alla ricerca di un lavoro.

Il campione è risultato composto per l’83,2% da donne italiane: il 45,9% ha il diploma di scuola superiore, il 35,8% la laurea e il 18,3% la licenza media.

Per quanto riguarda lo stato civile, le donne sposate sono risultate il 48,6% del campione, il 42,7% le donne nubili e solo il 8,7% quelle separate. I dati inoltre evidenziano che il 49,6% delle intervistate non ha figli, mentre il 42,3% ha uno o due figli e l’8,1% ha tre o più figli.

Il 67% dichiara di avere un’occupazione e il 33% non ha un lavoro. Per 54,3% delle intervistate la propria mansione è molto qualificata, mentre il 44,7% la ritiene poco qualificata.

Il campione conferma la presenza prevalente, individuata anche dai dati ufficiali, nei lavori di ufficio e di cura, con una scarsa partecipazione nel settore industriale e nella pubblica amministrazione.

C’è un aspetto che indaga questioni più profonde. Il 27,1% ha risposto di essere stata condizionata dalla madre nella scelta del lavoro; il 25,6% dal padre, il 18,1% da altri familiari e il 15% dal partner. Secondo i ricercatori, qui entrano di fatto in gioco diversi tipi di meccanismi e logiche che potrebbero dipendere dai fattori come la condizione della famiglia d’origine, il capitale culturale e le richieste del mercato del lavoro.

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