La distintività del modello cooperativo

 

Uno studio di Guido Caselli (Unioncamere Emilia-Romagna), Michele Costa e Flavio Delbono (Università di Bologna) analizza la capacità di tenuta del modello cooperativo in tempi di crisi economica. Nei prossimi anni la cooperazione potrà essere protagonista della ripresa se saprà rilanciarsi puntando sui suoi valori fondanti: sostenibilità e mutualità.

Anche la cooperazione dell’Emilia-Romagna fa i conti con la pandemia. Nel 2020 il numero delle società è diminuito di 94 unità, portando a poco meno di 4.700 il numero delle cooperative attive in regione. Gli occupati sono quasi 10mila in meno, una flessione del 3,9 per cento. Numeri probabilmente destinati ad aumentare nei prossimi mesi, in quanto la contabilità esatta dell’impatto della pandemia nel 2020 sarà possibile solo quando terminerà lo stato attuale di sospensione dell’economia, alimentato dai necessari interventi a tutela del lavoro e delle imprese che operano nei settori maggiormente esposti.

Qualche indicazione su cosa attenderci nei prossimi mesi si evince da un recentissimo studio realizzato da Guido Caselli (Unioncamere Emilia-Romagna), Michele Costa e Flavio Delbono (Università di Bologna)[1] che analizza l’andamento della cooperazione nel periodo 2010-2018 comparato con quello delle società non cooperative. Nello specifico, lo studio si concentra sul confronto della dinamica occupazionale e quella economica, misurata attraverso una selezione di indicatori desunti dai bilanci d’esercizio.

Modello cooperativo: come un gregario di lusso che tira il gruppo

Il primo dato che emerge à la natura anticiclica della cooperazione e la sua capacità di trainare l’occupazione negli anni più difficili, in particolare nel triennio 2012-2014 caratterizzati da una sostanziale stagnazione dell’economia regionale.

Usando una metafora ciclistica, la cooperazione può essere vista come il corridore che nei tratti più duri della corsa, quelli dove la salita raggiunge pendenze a doppia cifra, si porta in testa al gruppo e si fa carico di trascinare gli altri ciclisti fino alla vetta. Quando la strada raggiunge la cima e progressivamente spiana, la cooperazione rientra nel gruppo.

Questo ruolo di “driver dei momenti difficili” della cooperazione emerge con ancora più chiarezza guardando ai dati del fatturato e degli utili.

Negli anni di stagnazione dell’economia regionale, fotografata da una variazione PIL attorno allo zero, le imprese cooperative hanno aumentato il fatturato del 48 per cento, l’occupazione del 17 per cento in presenza di utili fortemente negativi. Nello stesso arco temporale le società non cooperative hanno aumentato il fatturato in misura minore, 15 per cento, riducendo l’occupazione e aumentando gli utili del 500 per cento.

Negli anni successivi, dal 2015 al 2018, caratterizzati da una crescita apprezzabile dell’economia regionale (mediamente il PIL è aumentato dell’1,5 per cento annuo), le cooperative hanno conseguito risultati positivi, ma inferiori rispetto a quelli delle altre imprese: il fatturato è aumentato del 5 per cento per le cooperative (19 per cento per le altre), gli utili del 13 per cento (74 per cento), l’occupazione del 3 per cento (13 per cento le altre).

Numeri che raccontano con chiarezza la “distintività del modello cooperativo”, la peculiarità che porta ad anteporre la tutela dei lavoratori – che, in molti casi, sono soci della cooperativa stessa – al conseguimento di utili o incrementi di produttività.

La difesa del lavoro a scapito della redditività economica è sostenibile per un tempo limitato, il perdurare della crisi originata dalla pandemia rischia seriamente di indebolire le fondamenta del modello cooperativo. Analogamente alle altre imprese la cooperazione dovrà essere virtuosa nel gestire questa fase di emergenza e, al tempo stesso, proattiva nel rilanciarsi quando sarà possibile. Di fronte all’aumentare delle diseguaglianze – tra territori, tra imprese, tra persone – ci aspettano anni in cui la sfida si giocherà sulla sostenibilità, sulla capacità di non separare la crescita economica dalla coesione sociale e dalla salvaguardia ambientale, sul principio della mutualità.

Sono i valori che formano l’identità del modello cooperativo, il suo DNA. Sta alla cooperazione cogliere le opportunità che si apriranno quando la pandemia sarà solo un brutto ricordo.

[1]What Do Cooperative Firms Maximize, if at All? Evidence from Emilia-Romagna in the pre-Covid Decade”, quaderno 1159 DSE/Unibo e 184/2021 Aiccon). Guido Caselli Unioncamere Emilia-Romagna, Michele Costa e Flavio Delbono Università di Bologna. Lo studio è scaricabile all’indirizzo: https://www.aiccon.it/pubblicazione/what-do-cooperative-firms-maximize/

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