Genuine Happiness at Work, ricerca su felicità al lavoro

conferenza

Realizzata per la prima volta in Italia dalla società People3.0 con 600 interviste a imprenditori, manager e ruoli operativi, la ricerca Genuine Happiness at Work evidenzia che la felicità al lavoro accresce la produttività (per oltre il 50% degli intervistati) e l’energia personale (70%), riducendo lo stress (50%). Presentazione 2 aprile a Bologna

Al modello GENUINE HAPPINESS AT WORK – molto diffuso in particolare nei Paesi nord europei – è dedicata la prima conferenza italiana in programma martedì 2 aprile 2019 a Bologna (I Portici Hotel, via Indipendenza 69, ore 9.00-18.30), organizzata da People3.0, società cooperativa di consulenti specializzata nella formazione di cultura sul benessere organizzativo e la produttività aziendale.

La conferenza prevede la partecipazione di qualificati esperti internazionali di organizzazione aziendale e delle persone, provenienti dalla Norvegia e dalla California, insieme a testimonial che illustreranno le loro case history nell’adozione in azienda di un metodo finalizzato a creare benessere negli ambienti di lavoro, con importanti effetti in termini di accresciuto impegno, fiducia, motivazione e condivisione da parte dei dipendenti, nonché di crescita della reputazione aziendale.

Happines at work: la ricerca

La prima edizione di Happiness at Work nasce da un progetto internazionale all’interno del network Woohoo, creato da Alexander Kjerulf (tra i relatori all’evento bolognese), e raccoglie oltre 2.500 risposte da tutto il mondo.

In Italia, People3.0 ha approfondito la ricerca con 600 interviste rivolte ad operativi, manager, imprenditori e amministratori delegati di aziende italiane dal diverso profilo, realizzate tra settembre e dicembre 2018.

Il focus dell’evento bolognese sarà la presentazione del Report della ricerca realizzata da People3.0 per valutare il livello di felicità degli italiani sul lavoro, quali fattori la determinano e quali conseguenze positive crea vivere un giorno felice al lavoro.

Happines at work: il panel

Il panel interessato dall’indagine era composto per il 55% da donne e per il 45% da uomini; la maggioranza dei lavoratori coinvolti lavora nel settore privato (85%), una quota ridotta nel settore pubblico (10%) ed il resto nel no-profit. Il 10% degli intervistati è amministratore delegato, mentre i restanti si dividono tra manager e dipendenti. Il 10% delle aziende coinvolte è di piccolissime dimensioni (meno di 10 dipendenti), mentre le piccole (meno di 100 dipendenti), medio-grandi (meno di 1.000) e molto grandi (oltre 1.000), rappresentano ognuna il 30%.

Un primo dato significativo è relativo al confronto Italia/Mondo sulla frequenza della felicità al lavoro, che evidenzia una sostanziale divergenza tra il nostro Paese, dove si è felici con frequenza settimanale nel 23% dei casi, e il resto del mondo dove si è felici ogni giorno per il 32% dei casi. Complessivamente la frequenza bassa di felicità al lavoro in Italia è del 42%, mentre all’estero è del 30%.

Circa i ruoli aziendali, gli amministratori delegati sono i più felici (l’82% è felice con frequenza settimanale: ogni giorno, più di un giorno a settimana, un giorno a settimana), mentre si scende al 52% per i dipendenti. Il confronto con il resto del mondo è penalizzante per l’Italia: all’estero i dipendenti sono felici almeno un giorno a settimana nel 73% dei casi. Tra i manager, il 16% delle donne italiane non ha mai avuto o avuto raramente un giorno felice al lavoro, mentre negli uomini manager questo dato è del 6%. Per i dipendenti i fattori più importanti di felicità sono imparare qualcosa, fare un lavoro di cui si è orgogliosi e fare un lavoro piacevole, mentre meno importante sono l’aspetto economico, i benefit accessori e il supporto del dirigente.

In merito alla tipologia di azienda, i lavoratori delle piccole e medie imprese italiane (PMI) sono mediamente più felici (per il 64% con frequenza almeno settimanale), rispetto ai colleghi di aziende più grandi, anche se lo scarto non è elevato. La fascia più infelice è quella delle aziende tra i 100 e 1.000 dipendenti. Nel resto del mondo la correlazione grandezza dell’azienda-felicità dei dipendenti è inversa, con le PMI che sono le aziende con i lavoratori meno felici, mentre il dato migliore è nelle grandi aziende.

Sul settore delle aziende, il report denota che nel no-profit si ha una maggiore frequenza di giorni felici al lavoro; in particolare spicca il dato dell’oltre 40% degli addetti nel terzo settore felici più di una volta alla settimana. La spiegazione di tali dati – confermati anche nel resto del mondo – è nel forte significato del proprio lavoro in questo tipo di aziende, con una ricaduta significativa in termini di accresciuta comprensione verso le altre persone e più felicità anche fuori dal lavoro. Nei settori pubblico e privato il dato è intorno al 30% per entrambi.

Dal report della ricerca di People3.0 si evince chiaramente che i fattori principali in grado di rendere felici gli italiani al lavoro sono vari: si potrebbe pensare alla prevalenza del riconoscimento economico, mentre le risposte si concentrano sull’orgoglio e la consapevolezza di ciò che si fa, la significatività delle mansioni, l’opportunità di acquisire nuove competenze, la crescita continua e la qualità del rapporto con i colleghi. Risultati, questi, in linea con il resto del mondo, a riprova che il sentiment dei dipendenti circa il vissuto al lavoro è trasversale e che rispetto ad emolumenti o benefici addizionali, ciò che incide realmente è la condizione generale del lavoro e la soddisfazione nel svolgere il proprio ruolo.

Anna Piacentini spiega la logica alla base di Happiness at Work

“Il dato più rilevante – afferma Anna Piacentini CEO di People3.0 e partner italiana dell’International Network Happiness at Work creato da Woohoo Inc. – è relativo agli effetti positivi della felicità: oltre il 50% degli intervistati riconosce di essere più produttivo e di essere più disponibile a considerare posizioni e punti di vista differenti. Inoltre la felicità comporta un maggiore livello di energia personale per oltre il 70% degli intervistati e più del 50% si dichiara meno stressato, più produttivo, e con più empatia e comprensione verso gli altri: tutti fattori fondamentali per la buona riuscita del lavoro in team”.

Non è welfare evoluto

“Il tema Genuine Happiness at work – aggiunge Piacentini – non va confuso con un concetto di welfare aziendale evoluto, inteso come servizi in azienda per far stare meglio le persone, perché non è questo che rende davvero felici i lavoratori. Il modello Happiness at work di riferimento è centrato su due temi: i risultati e le relazioni. Per ogni lavoratore è importante constatare che il proprio lavoro ha significato e che il ruolo ricoperto è coerente con il proprio sistema valoriale; questo genera senso di orgoglio e appartenenza ad un team e ad un’organizzazione. La qualità delle relazioni con colleghi e manager è il fattore che definisce la qualità dell’ambiente di lavoro, la fiducia, la propensione all’impegno e all’aiuto spontaneo e la volontà di raggiungere insieme risultati comuni”.

Anna Piacentini

“I punti più interessanti della ricerca – spiega Piacentini – derivano dal fatto che la felicità nell’ambiente di lavoro è strettamente connessa alla presenza di coerenza tra aspirazioni personali ed obiettivi aziendali e allo stretto legame esistente con l’atteggiamento mentale. Per aumentare progetti di benessere organizzativo è importante individuare obiettivi e performance in grado di valutare quanto i manager riescano a far felici i propri collaboratori. In sintesi, per rendere sostenibile il business e l’ambiente lavorativo occorre iniziare a lavorare sul capitalismo etico”.

“Le aziende – conclude Piacentini – dovrebbero pertanto investire sulla formazione e la crescita personalizzata di ogni dipendente, incrementando la fiducia tra i collaboratori, tra questi e il management e in generale verso l’azienda. Creare coinvolgimento, partecipazione e responsabilizzazione verso il risultato del lavoro a tutti i livelli favorisce un clima migliore e attrattivo anche per le giovani generazioni, e quindi accresce le performance, la reputazione e la competitività delle imprese”.

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