Strumenti per nuovo green deal in Emilia-Romagna

Confronto aperto sul green deal a Ecomondo Digital in un incontro organizzato da Art-Er – Osservatorio GreenER. Sullo sfondo, i contenuti del nuovo Piano di attuazione del Piano Energetico Regionale 2021-2023

di Thomas Foschini

Gli obiettivi si fanno sempre più ambiziosi. Ridurre del 40% le emissioni inquinanti, raggiungere il 27% di fonti rinnovabili e aumentare sino al 47% il livello complessivo di efficienza energetica. Questi gli obiettivi fissati dal Piano Energetico Regionale in sintonia con l’Agenda Onu 2030.

Dopo l’incontro del 5 novembre – il primo confronto partecipato in vista della redazione del Piano triennale di attuazione 2021-2023 – le prospettive per un nuovo “green deal” in Emilia-Romagna sono tornate protagoniste a Ecomondo Digital, nell’ambito di un confronto virtuale promosso da Art-ER – Osservatorio GreenER.

I dati dell’Osservatorio GreenER

Sono 6mila in regione le aziende della green economy “campionate” dall’Osservatorio GreenER, 4mila delle quali afferenti al settore dell’industria e dei servizi. Tra i settori più rappresentati, l’agroalimentare (22%) seguito da gestione e trattamento rifiuti, meccanica allargata.

Non si tratta di un panel esaustivo – ha precisato Caterina Calò dell’Osservatorio GreenER, presentando numeri – poiché l’analisi si basa su quelle realtà che possiedono EPD (Environmental Product Declaration) o si sono comunque distinte per buone prassi”.

Un’analisi qualitativa e non tassonomica, dalla quale emerge, in ogni caso, un quadro di grande interesse sia rispetto ai driver principali che guidano il “green deal” nei vari settori sia, e soprattutto, rispetto alla possibilità per tali imprese di sviluppare una quota più che proporzionale di valore aggiunto. In poche parole, di creare nuove opportunità di lavoro, i cosiddetti “green jobs”.

Green driver

Se nell’agroalimentare, uno dei settori più rappresentati, il driver principale è il possesso di una certificazione “bio”, il settore edile non può prescindere dalle politiche pubbliche di incentivo alla riqualificazione energetica ed all’efficientamento. Anche altri settori meno rappresentati nella statistica (in valore assoluto), mostrano driver di sviluppo ben precisi, come le politiche di decarbonizzazione (per le aziende dell’energia in senso stretto) e la mobilità elettrica (automotive, trasporti).

In questo tipo di analisi è importante tenere conto di alcuni indicatori economici che ci mostrano le performance delle imprese rispetto all’insieme delle aziende del territorio”, spiega Caterina Calò. Risultato, al 2018, tali aziende si sono dimostrate mediamente più performanti dell’insieme delle aziende regionali, contribuendo alla creazione di nuovi posti di lavoro (+5,8%, oltre 300mila persone) grazie ad un valore aggiunto mediamente più elevato di quasi il 50% (73mila euro circa contro 50mila).

Covid times

Quasi tutte le statistiche – e la stessa analisi dell’Osservatorio – si fermano al periodo pre-pandemico. Ecco perché molte delle aspettative che consentiranno di confermare tali trend e di sviluppare un vero green deal per l’Emilia-Romagna e l’Europa sono riposte nei fondi strutturali, e in particolare nel nuovo strumento Next Generation EU.

Esistono numerosi fattori di complessità che impediscono alle statistiche economiche di effettuare un’analisi corretta dell’esistente”, ha osservato Enrico Cancila, responsabile Unità Sviluppo economico e Ambiente di Art-Er e moderatore dell’incontro. Tra questi, paradossalmente, le leggi che attualmente in Italia impediscono i licenziamenti. Oltre naturalmente alle incertezze legate alla recrudescenza della pandemia stessa ed alle conseguenti chiusure. Meglio quindi ragionare in prospettiva, andando a ricercare potenziali “green deal” anche laddove – per fragilità storiche, strutturali, territoriali – meno te lo aspetti.

Green deal in Appennino

Tra i case studies presentati all’incontro, l’esperienza della Città Metropolitana di Bologna che ha impostato una specifica agenda sull’argomento a partire da tre parole chiave, sostenibilità, attrattività, inclusività.

Già dal 2017 – osserva Giovanna Trombetti per la Città Metropolitana – abbiamo sottoscritto la “Carta di Bologna per l’ambiente”, con l’obiettivo di declinare in pratica l’Agenda 2030 dell’Onu. Nel 2019 è stata pubblicata l’Agenda per lo sviluppo sostenibile della città di Bologna, un documento che affronta diversi temi, dalla difesa del suolo all’economia circolare, dalla qualità dell’aria e dell’acqua a ecosistemi, biodiversità, energia”.

Sviluppare un piano di attrattività territoriale – anche in chiave turistica – è l’obiettivo del documento, che si è tradotto nella messa a punto di diversi progetti pilota, uno dei quali riguardante in modo specifico l’Appennino bolognese. Un’area, spiega Trombetti, dove non vi sono cluster omogenei d’imprese a partire dalle quali sviluppare un piano di transizione green, ma diverse realtà (ad esempio le cartiere dismesse) che potrebbero diventare il punto di partenza per progetti ambiziosi, anche in coerenza con un piano di incentivazione ad hoc.

Ripensare i distretti in una logica di filiera corta – fa notare Trombetti – è uno degli insegnamenti della recente ondata pandemica. Per quanto riguarda l’Appennino, ci sono tutte le condizioni per sviluppare progetti di economia circolare a rilevante impatto occupazionale”.

 

Un vademecum per il riuso

Passa dal pubblico una quota rilevante delle politiche per il nuovo “green deal” regionale. Ne è convinto Alessandro Rossi, intervenuto in rappresentanza di ANCI Emilia-Romagna, che ha messo a punto un vero e proprio vademecum per le amministrazioni.

La parola d’ordine non è un utopico – e poco realistico – plastic free, ma un più concreto “plastic packaging life cycle”, buone pratiche per l’uso lo smaltimento e il riciclo degli imballaggi plastici che, peraltro, in Emilia-Romagna fanno riferimento ad una delle principali filiere produttive in ambito packaging.

Un altro tema su cui ci siamo concentrati – spiega Rossi – è quello del food delivery. Anche in questo caso, attraverso opportune linee guida, si potrebbe passare dalla logica del mono-uso a quella del riuso. Gli operatori economici sono molto sensibili da questo punto di vista, ma occorre un supporto pubblico per indirizzare il sistema economico e sociale a pensare in questi termini”.

Energie diffuse per il nuovo Piano

Già. Cosa vuol dire plastic free in una regione che ospita una delle poche filiere industriali italiane che, anche in anni recenti, hanno scalato i mercati internazionali con i propri prodotti, macchine e impianti? Cosa significa riciclo e riuso in un contesto in cui i materiali compositi (i classici multistrato) si mostrano difficilissimi e costosi da recuperare?

Muove – anche – da queste considerazioni il percorso che porterà viale Aldo Moro ad adottare il Piano di attuazione 2021-2023 del Piano Energetico Regionale.

Le linee strategiche alla base del Piano – aveva affermato l’assessore regionale Vincenzo Colla in occasione del primo incontro del 5 novembre – verranno concertate con associazioni, imprese, esperti dei vari settori, attraverso un percorso di consultazione democratica e partecipata. L’Emilia-Romagna -proseguiva Colla –vuole dimostrare che con l’ambiente si può crescere, sviluppando imprese e creando buona occupazione”.

Una progettualità diffusa, in sostanza, che parte dall’analisi dei numeri, snocciolata all’incontro da Davide Scapinelli di Art-Er. “Nonostante gli enormi passi avanti di questi anni – ha osservato – siamo ancora molto lontani dagli obiettivi di agenda 2030”. Cinque punti i meno per quanto riguarda le rinnovabili e l’efficienza, ben 15 se si considerano le emissioni di C02. Mentre il calo dei consumi del 2020 (tra il 6,5 e l’11,9% a seconda degli scenari) è in gran parte da ascriversi al fermo produttivo cui sono state costrette le imprese, più che a un reale salto di qualità del sistema. “I giovani delle piazze di tutto il mondo – ha rimarcato l’assessore Vincenzo Colla – ci ricordano che ‘non esiste un pianeta B’ ed è nostro dovere impegnarci per difenderlo e preservarlo. Per questo con il nuovo Patto per il lavoro e per il clima ci impegniamo a gestire la transizione verso un nuovo modello di sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile, e a dotarci di una legge regionale per il Clima e una sulle Comunità energetiche”.

Comunità energetiche, ora si può

Tra gli invitati all’incontro virtuale, Legambiente ha portato all’attenzione del percorso un elemento, quello delle Comunità energetiche, per troppi anni rimasto al di fuori della legge (e quindi delle opportunità reali di implementazione da parte di pubblico e privato).

Finalmente, l’Italia sembra essersi adeguata alla Direttiva Ue 2001-2018 in materia di autoconsumo e comunità energetiche, che rende possibile sviluppare in concreto un approccio “bi-direzionale” alla produzione ed al consumo di energia.

Un primo progetto pilota “Self-User”, è in corso di realizzazione a Scandiano, Reggio Emilia, su un palazzo di proprietà Acer caratterizzato da 6 utenze e 48 unità abitative. Finanziato dalla Regione e sviluppato in collaborazione con Art-Er, Università di Bologna, Enea, Acer Reggio Emilia, il progetto vedrà l’avvio della fase sperimentale vera e propria nel 2022, con l’obiettivo di replicarne gli esiti su scala più vasta.

Le proposte del Cluster GreenTech

Uno dei nove che compongono l’articolazione regionale dei “portatori di interesse” sulle varie materie, il Cluster GreenTech associa diverse realtà con proposte più che ambiziose. Alberto Sogni le ha rappresentate in questo caso. Parliamo di idrogeno, la nuova frontiera individuata dalla stessa Commissione Ue come uno dei driver fondamentali per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Qualche dato: nel mondo si producono circa 70 milioni di tonnellate di idrogeno, prevalentemente per uso industriale (produzione di ammoniaca) e per una quota, limitata ma significativa, per uso nei trasporti. Il problema è che di questo idrogeno – che allo stato puro non esiste in natura – ben il 98% viene ricavato sfruttando combustibili fossili, responsabili dell’emissione di 830 milioni di tonnellate di CO2 in atmosfera.

La via principale – spiega Alberto Sognisarebbe quella di dotarsi di tecnologie per produrre idrogeno pulito a costi convenienti”. Una di queste è l’elettrolisi, anche se al momento produrre un kg di idrogeno con questo sistema costa 5 dollari (con il gas naturale ne costa 2, poco più di 3 sfruttando fonti energetiche rinnovabili).

Se per lo sviluppo dell’idrogeno l’incentivo pubblico appare necessario, “tutte le tecnologie sono già disponibili”. Una di queste è il “Power to gas”, in pratica la possibilità di iniettare nella tradizionale rete a gas naturale quantità di idrogeno puro sino al 10%, senza particolari modifiche strutturali. La stessa Snam Rete Gas prevede di aumentare la quota addirittura al 23%, entro il 2050.

Un’altra possibilità, forse anche più appetibile, consiste nell’utilizzare l’idrogeno come “ingrediente” per combustibili liquidi di sintesi. Anche in questo caso, i costi di prototipazione restano proibitivi rispetto a sistemi tradizionali, ma le 40 aziende del Cluster sono in prima linea per affiancare la Regione Emilia-Romagna in un ragionamento concreto sull’idrogeno “già dal prossimo Piano energetico”.

Anche perché, quello dei combustibili di sintesi (con tecnologie in grado di catturare la CO2 emessa o di sfruttarla come materia prima) resta un fronte primario di ricerca. Tra i progetti, cofinanziato dal Programma Fesr, EC02, per la produzione e l’utilizzo di combustibili sintetici da CO2 ed energie rinnovabili.

Le linee dell’Unione Europea in materia
Le buone prassi a sistema

Tra scenari futuribili e tecnologie ancora da esplorare, resta l’esigenza, per le imprese, di disporre di specifici strumenti di rendicontazione ambientale, per prendere consapevolezza dei temi e degli strumenti e affrontare correttamente gli interventi.

Lo ha spiegato Marco Soverini, vicepresidente di AICQ-ER, richiamando anche gli obblighi in questo senso cui sono soggette, a partire dal 2016, le imprese sopra una certa dimensione di fatturato.

A tirare le fila dell’incontro, “il primo di una serie nei prossimi mesi”, è Attilio Raimondi, responsabile del Servizio Energia ed Economia Verde della Regione Emilia-Romagna.

Dobbiamo essere in grado di raccogliere le buone pratiche e di metterle a sistema – ha osservato Raimondi – intervenendo con strumenti di pianificazione puntuali e tra loro coordinati”. Per quanto riguarda il green deal, essenziale sarà l’apporto delle risorse europee previste dal fondo Next Generation Eu, che dovranno sostenere ed accelerare i driver già indicati nel Piano energetico regionale. Ma non è solo questione di risorse. Tra i temi strategici sul tappeto, ricorda Raimondi “c’è la formazione delle persone, l’innovazione e ricerca. Solo in questo modo, per la nostra regione e il sistema-Paese, sarà possibile trasformare la transizione verde in realtà“.

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