Dalla spazzatura nasce il gas, promessa di ecologia

Una mappa dei nuovi impianti che lavorano la spazzatura organica che produciamo nelle nostre case per generare energia

di Antonella Cardone

Promettono ecologia e sostenibilità, nuovi posti di lavoro e percentuali di crescita costante. Sono pronti a spuntare come funghi, anche sulla scia degli incentivi pubblici. Ma non mancano le perplessità. Sulla puzza, soprattutto, e sulla quantità di materia prima che si deve trasportare sui camion. Sono gli impianti di produzione di biometano che trasformano la spazzatura organica in gas per riscaldamento e trasporto, combustile da fonte rinnovabile che può ridurre l’utilizzo di combustili di origine fossile e delle emissioni climalteranti. Una parte importanti dell’economia circolare, sistema di consumo e produzione di energia pensato per potersi rigenerare da solo, coerente con gli obiettivi della Regione Emilia-Romagna, la prima in Italia a dotarsi di una legge sull’economia circolare e in linea anche con gli orientamenti di Unione Europea e Nazioni Unite.

Promossi dagli ambientalisti perché non prevedono di dover coltivare apposta materiale che sarà poi bruciato, dotati di accorgimenti tecnici in grado di annullare ogni cattivo odore, come capita un po’ a tutte le nuove infrastrutture, di questi tempi, questi impianti vengono da alcuni visti con sospetto, cosicché accade, ad esempio nel Mantovano con la Provincia, che gli enti pubblici ne stoppino le autorizzazioni. Una misura temporanea, nel caso lombardo, in attesa di specifiche ministeriali che chiarisca cosa burocraticamente sia rifiuto compostabile e cosa non lo sia.

Intanto però, dall’anno scorso in tutta Italia sono nati diversi impianti, a gestione pubblica e a gestione privata, e mirano a lavorare, in particolare, i rifiuti organici della raccolta differenziata urbana per poi immettere biometano nella rete di trasporto nazionale. Le prospettive sono di crescita perché ovunque nelle nostre città la raccolta differenziata cresce e di rifiuti organici che possono diventare energia c’è sempre più ampia disponibilità.  Chi ha la materia prima a disposizione, come le multiutility, si è già attrezzato, i privati mirano ad accordi con le agenzie di raccolta rifiuti, specie industriali e agricoli o alimentari.

Il punto: dalla spazzatura, il gas

Mentre sull’asse Parma, Reggio Emilia, Piacenza il mega impianto da 167.000 tonnellate l’anno progettato dalla multiutility Iren, previsto nella frazione di Gavassa, deve ancora vedere la luce, le strutture di produzione di biometano da organico più recenti in Emilia-Romagna si trovano sull’asse tra Bologna e Modena e sono due, pubblici, lanciati dalle multiutility Hera e Aimag.  Punto di forza, “mangiano” i rifiuti organici differenziati che le stesse multiutility raccolgono tra cittadini propri clienti.

L’impianto di Sant’Agata Bolognese

Si tratta di un nuovo impianto di biometano da 135 mila tonnellate di rifiuti nato a Sant’Agata Bolognese, inaugurato a fine ottobre, con un investimento di 37 milioni di euro. Sorge all’interno del sito di compostaggio già presente, è in grado di trattare, ogni anno, 100mila tonnellate di rifiuti organici prodotti dalla raccolta differenziata, e altre 35mila tonnellate derivanti dalla raccolta di verde e potature. Risorse che consentiranno di ottenere 7,5 milioni di metri cubi di biometano e 20mila mila tonnellate di compost, biofertilizzante da destinarsi principalmente all’agricoltura.

Impianto biometano Sant’Agata

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La struttura di Finale Emilia, Modena

Pochi giorni dopo è stato inaugurato, da parte di Aimag a Finale Emilia, una nuova sezione a digestione anaerobica di un impianto esistente che tratta 50.000 tonnellate di frazione organica (rifiuti organici domestici, rifiuti agroindustriali e verde), da cui si ricavano oltre 3 milioni di metri cubi di biometano e circa 17.000 tonnellate di compost per l’agricoltura biologica. Un investimento che vale oltre 13 milioni di euro.
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aimag finale

Gli impianti privati

Il business è importante, gli incentivi al momento ci sono. Gli imprenditori quindi sono pronti a investire. Mentre a Soliera, alle porte di Modena, è già operativo il primo impianto di biogas bistadio in Europa, due strutture hanno chiesto le autorizzazioni poco distante.

A Concordia sulla Secchia, nell’area industriale a ridosso di San Possidonio la Bimat di Modena vuole tirare su un nuovo impianto anaerobico/aerobico di recupero rifiuti urbani e speciali non pericolosi per la produzione di biometano e ammendante compostato misto/biostabilizzato. Sarà di grandi dimensioni, “mangerà” fino a 80mila tonnellate di rifiuti urbani e 20mila di sfalci e produrrà fino a 7 milioni di metri cubi annui di metano e 20mila tonnellate di ammendante composto misto. E’ già attivo, e molto vivace, il comitato di cittadini che dice no alla struttura e anche i Consigli Comunali dei paesi coinvolti si sono espressi in tal senso.

A Mirandola l’azienda veronese Pico Bioenergy di Verona ha presentato una richiesta di costruzione per un impianto da 47mila tonnellate. Il progetto sta muovendo i primi passi e in Regione è stata depositata una richiesta di Valutazione di Impatto ambientale per trattare rifiuti urbani biodegradabili derivanti da cucine e mense. Per funzionare, a Mirandola dovrebbero arrivare almeno 10 mila tonnellate al giorno di rifiuti e 10mila tonnellate di sottoprodotti lignei per la lavorazione del compost prodotto. Proprio questa è la principale perplessità che hanno i cittadini su questi impianti privati. Perché se nascono per i rifiuti organici, e quelli che produciamo nelle nostre case li trattano già le rispettive multiutility, che cosa lavoreranno? La spazzatura dovrà arrivare da lontano, da fuori regione? Viaggiando su camion e intasando le strade? Perplessità che al momento non hanno risposta.

Alla scoperta del nuovo impianto di Sant’Agata VIDEO

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