Tecnopolo di Ravenna, la storia in 3D e chimica verde

Ecco le attività del Tecnopolo di Ravenna, dai rivoluzionari applicativi per la valorizzazione del patrimonio monumentale alle tecniche di restauro sino all’individuazione di nuovi polimeri “green” per i più comuni processi chimici 

di Thomas Foschini

Città d’arte per eccellenza, con un patrimonio di monumenti unico al mondo da conservare e valorizzare. Al tempo stesso, nodo dell’industria chimica nazionale, che ha accettato la sfida del green per proiettare questo settore nel nuovo millennio.

È la città di Ravenna, quartier generale del Tecnopolo gestito da CIFLA, Centro per l’Innovazione della Fondazione Flaminia.

Sede in via Sant’Alberto 163, il Tecnopolo – la cui costituzione è stata finanziata nell’ambito della programmazione POR FESR 2007-2013 – si fonda sulle attività e sulle competenze di due Centri interdipartimentali per la ricerca industriale dell’Università di Bologna, il CIRI EC – Edilizia e Costruzioni (con numerose competenze eccellenti, qui dislocate, in ambito restauro e conservazione dei beni culturali) e il CIRI FRAME – Fonti Rinnovabili, Ambiente, Mare ed Energia.

Unire le vocazioni del territorio con la ricerca accademica e il mondo dell’impresa è il must del Tecnopolo che, analogamente alle altre strutture afferenti la Rete Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna, “nasce con lo scopo preciso di promuovere la collaborazione tra mondo della ricerca, in particolare universitaria, e il sistema delle imprese”, osserva Sabrina Mascia, manager della struttura.

Tecnopolo di Ravenna: “La storia che cela la storia”

È questo il titolo, particolarmente evocativo, di uno dei due progetti – l’altro è “Ariani in piazza” – che sino ad oggi hanno prodotto risultati straordinari, grazie alle attività e alla presenza del Tecnopolo, in ambito conservazione e valorizzazione dei beni culturali. In realtà, si tratta di due distinti gruppi di ricerca che hanno sviluppato, da una parte, attività di “virtual reconstruction 3D”, da un lato, dall’altro hanno messo in campo innovative tecniche di restauro e conservazione in linea con le best practice internazionali in materia.

Andando con ordine, “La storia che cela la storia” significa la possibilità di restituire all’utente del bene culturale una ricostruzione in 3 dimensioni di come un monumento doveva e poteva apparire diversi secoli fa, consentendo anche di ricostruire parti di struttura andate perdute, permettendo infine di seguire nel tempo (si pensi alle chiese, frutto in molti casi di ricostruzioni nel corso dei secoli su basiliche di epoca precedente) l’evoluzione del monumento.

Sin dove si può spingere questa tecnica? Al limite degli archivi storici e storiografici, “e quelli delle architetture religiose – osserva Mascia – sono tra i più ampi e meglio conservati”. Due appunto i progetti realizzati, il primo al Battistero degli Ariani, quindi “La storia che cela la storia”, nelle basiliche di San Giovanni (con la ricostruzione delle modifiche strutturali intervenute nei secoli) e Santa Maria in Porto.

San Giovanni

Si è trattato di progetti pilota di grande valore e successo, tanto che sono stati replicati anche in altre città, dentro e fuori regione, come Ferrara e Gubbio”.

Battistero Ariani ricostruzione

Tra gli effetti più accattivanti del virtual reconstruction 3D, sviluppato dal team di ricerca del FrameLab, laboratorio fotografico multimediale per i beni culturali nato dalle attività del CIRI EC e diretto dal professor Alessandro Iannucci, vi è la possibilità di integrare l’esistente con il non esistente. Basandosi non solo sulle fotografie, o sugli archivi storici, ma anche e soprattutto su una caratterizzazione delle materie prime in laboratorio (quelle, in sostanza, in uso ai tempi della realizzazione dei monumenti stessi) si possono ottenere ricostruzioni particolarmente fedeli e affidabili.

Ricostruzione Battistero Ariani

Questo gruppo di lavoro ha operato in stretta sinergia con un secondo team, dedicato alle analisi diagnostiche a supporto del restauro dei beni architettonici, diretto dalla professoressa Mariangela Vandini. Questo laboratorio svolge, nell’ambito dell’edilizia storica, attività di ricerca e consulenza legata sia alla definizione di protocolli operativi di intervento che allo sviluppo di ricerche sperimentali mirate al miglioramento prestazionale di materiali e componenti edilizi.

Nel restauro moderno – esemplifica Mascia – il primo problema che si pone è quello di non rovinare l’esistente con interventi troppo impattanti o irreversibili. Vi è oramai la consapevolezza che un intervento di restauro deve non solo rispettare il monumento ma, anche, non deve essere ‘eterno’ e inamovibile, perché le tecniche potrebbero ulteriormente evolversi nei prossimi decenni”.

Qui il risultato più emblematico è rappresentato dal restauro conservativo della famosa “Ala di Baracca”, nella piazza di Lugo, intitolata all’asso dei cieli scomparso durante la Grande Guerra, un progetto realizzato da un’impresa di restauro del territorio avvalendosi della consulenza specializzata di questo team di ricerca. Parallelamente all’intervento di restauro sono state svolte analisi di laboratorio per comprendere come l’opera era stata realizzata, e proporre un trattamento protettivo con un nano-materiale a base di biossido di titanio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e può rappresentare anche in questo caso un progetto pilota per interventi analoghi sul piano nazionale, nonché un’opportunità di valorizzazione economica del know how dei restauratori e delle imprese che operano in questo ambito.

Fase modellazione

Ultimo compito del team – ma non per importanza – è quello di definire protocolli di intervento ragionati nell’accostarsi al restauro di un bene culturale. Ad oggi, spiega Mascia, non esiste una disciplina standardizzata, né sul piano nazionale né su quello internazionale, per il restauro dei monumenti, “per cui si rivela indispensabile la definizione di protocolli, metodologie comuni che consentano anche una corretta valutazione degli interventi, degli impatti, dei costi”.

Sfide future? Sono le tecnologie che si basano sulla georeferenziazione, per cui i monumenti di una città si “rivolgono” direttamente non solo al visitatore ma, anche, al semplice passante, per suggerirgli la presenza di un monumento o un luogo storico, illustrandone le caratteristiche attraverso lo smartphone. In gergo, trattasi di tecnologie di “Digital Storytelling” quale naturale evoluzione delle tecniche di Virtual 3D, con possibilità decisamente maggiori a livello di interattività con l’utente.

mostra a San Giovanni

Tecnopolo di Ravenna: La chimica sostenibile, per legge e per scelta

Tutta “colpa”, si fa per dire, del Regolamento REACH, Regolamento Europeo del 2006 che istituisce un vero e proprio albo delle sostanze chimiche valutandone la tossicità, l’impatto ambientale, sino alle implicazioni dal punto di vista del life cycle assessment.

Ebbene, dall’entrata in vigore di questa normativa, una consistente serie di solventi, tensioattivi ed altri prodotti quotidianamente usati nell’industria chimica sono diventati “problematici”, cioè non più utilizzabili nelle stesse quantità e processi, quando non assolutamente vietati.

Tecnopolo di Ravenna laboratori energia e nautica

Si inserisce qui l’attività del Gruppo Chimica Verde del CIRI FRAME, coordinato dai docenti Emilio Tagliavini e Paola Galletti, con una mission duplice: “Da una parte questa evoluzione normativa – spiega la manager del Tecnopolo – ha stimolato la pressante esigenza di ricercare sostitutivi per i componenti ‘REACH problematici’. Dall’altro, per libera scelta del Gruppo, tale ricerca si è indirizzata all’estrazione ed alla sintesi di nuovi principi attivi da fonti completamente rinnovabili”.

Doppiamente green è dunque la mission della struttura afferente al Tecnopolo di Ravenna, che ha operato prevalentemente in sinergia con le aziende del packaging e dell’agroalimentare (spiccano le attività realizzate di recente con Tetrapak e Caviro, con quest’ultima in particolare il progetto Valsovit, finanziato dal Programma POR FESR 2014-2020). Non a caso, sono le medie realtà operanti nell’agroalimentare e nell’industria della trasformazione le strutture maggiormente recettive: è qui che gli scarti da biomassa abbondano, “e il loro utilizzo a fini energetici prima di averne estratto le preziose sostanze – spiega Mascia – non è necessariamente tra i più efficienti”.

Detta in altre parole, è dal riuso di altre lavorazioni che si possono ricavare ottimi solventi bio-based, tensioattivi altamente riciclabili, eccetera, tutte componenti essenziali per il processo chimico da utilizzarsi in sostituzione di altre componenti che mostravano un’elevata tossicità ai sensi REACH o che, comunque, sino ad oggi erano prodotte sfruttando combustibili fossili (dunque grandemente impattanti dal punto di vista LCA). Ricavandone anche, allo stesso tempo, nuove opportunità di business (valorizzazione e vendita degli scarti di lavorazione non solo a fini di termovalorizzazione).

Tra le altre attività di questo gruppo di ricerca del CIRI FRAME, la valutazione di ecotossicità delle sostanze in ambiente acquatico, affrontando una problematica che ha visto evoluzioni profonde non solo della normativa di riferimento ma, anche, della sensibilità sociale in materia. Uno dei filoni di ricerca riguarda poi l’individuazione di innovativi gel poliidrossoalcanoati (PHA) utilizzati anche nel restauro dei beni monumentali, ricerche che hanno quindi potenziali ricadute molto al di là dell’industria chimica, manifatturiera ed agroalimentare in senso stretto.

Sede di Faenza del Tecnopolo